Il cosiddetto “dome” venezuelano è stato per anni uno dei pilastri della narrazione chavista. Nicolás Maduro ha ripetuto a lungo di disporre del sistema antiaereo più potente dell’America Latina: una muraglia di radar, missili e caccia in grado non solo di proteggere Caracas, ma addirittura di “tenere fuori” gli Stati Uniti. L’operazione americana che ha portato alla sua cattura sul territorio venezuelano, al di là del lavoro di intelligence che l’ha resa possibile, restituisce però l’immagine di uno scenario radicalmente diverso.
Quella del sistema antiaereo venezuelano è stata una costruzione narrativa funzionale a un messaggio politico preciso: la rivoluzione bolivariana sarebbe stata militarmente inattaccabile, sovrana nei cieli e capace di scoraggiare qualsiasi intervento esterno. Dietro la retorica, però, quella presunta cupola difensiva appare sempre più come una struttura discontinua, degradata e piena di falle, nella quale la forza dichiarata non coincide con la reale capacità operativa.
Per comprendere l’origine del mito occorre tornare alla metà degli anni Duemila, quando il Venezuela beneficiava ancora delle rendite petrolifere e il chavismo disponeva delle risorse necessarie per acquisire sistemi avanzati, utilizzandoli anche come strumenti di posizionamento geopolitico. In quel contesto, Hugo Chávez sceglie di rompere progressivamente l’asse con Washington e di affidarsi a nuovi partner strategici: Russia e Cina in primis, con aperture anche verso altri attori ostili agli Stati Uniti.
È la fase dell’acquisizione dei radar cinesi JY-11B, JYL-1 e modelli successivi, capaci sulla carta di estendere la copertura di allerta a centinaia di chilometri, affiancati dai contratti con Mosca per i caccia Sukhoi-30, elicotteri da trasporto e d’attacco, e grandi quantitativi di missili portatili Igla-S.
Il vero salto di livello arriva nel 2009, quando a Mosca viene siglato un credito da circa 2,2 miliardi di dollari che include, oltre a mezzi terrestri, il cuore della difesa aerea a medio e lungo raggio: i sistemi S-300VM e Buk-M2E, affiancati da apparati più datati ma modernizzati, come i Pechora, destinati a coprire lo strato inferiore.
Più recentemente, a fine 2025, la Cina ha consegnato al Venezuela il nuovo radar JY-26 nell’ambito della modernizzazione della sorveglianza aerea. Tuttavia, non esistono conferme pubbliche sulla sua piena operatività né sull’effettivo livello di addestramento del personale incaricato.
Sulla carta, il pacchetto è impressionante: intercettazione a lunga distanza, difesa stratificata, minaccia credibile contro velivoli e munizionamenti in arrivo. Ma una difesa aerea non è la somma di sistemi costosi: è un’architettura integrata. Ed è proprio su manutenzione, coordinamento e interoperabilità che, nel tempo, si sono aperte le fragilità.
Dal 2013, con la morte di Chávez e l’ascesa di Maduro, la crisi economica diventa strutturale e investe anche l’apparato militare. In questo contesto nasce il CODAI (Comando de Defensa Aeroespacial Integral), l’organismo chiamato a coordinare radar, batterie missilistiche e aviazione in un’unica architettura di comando e controllo. In teoria, il “cervello” del sistema, incaricato di fornire una visione integrata dello spazio aereo, distribuire gli allarmi e guidare la risposta.
È proprio qui che le crepe diventano evidenti. Numerosi asset risultano spenti o fuori servizio; altri sopravvivono grazie alla cannibalizzazione di componenti, a causa della cronica carenza di ricambi e del supporto tecnico intermittente. I sistemi a lungo raggio, pesanti e logisticamente complessi, richiedono mezzi dedicati, infrastrutture adeguate e una manutenzione costante: senza investimenti e senza una catena logistica efficiente, finiscono per diventare simboli più che strumenti di deterrenza.
A rapporto del Miami Strategic Intelligence Institute, datato 16 giugno 2025, stima che oltre il 60% dei radar e dei lanciatori missilistici venezuelani sia fuori servizio per mancanza di ricambi e supporto tecnico. Una valutazione corroborata sia dai numerosi voli del narcotraffico che attraversano lo spazio aereo del Paese senza essere intercettati, sia dai fatti del 9 dicembre 2025, quando due caccia statunitensi F/A-18 Super Hornet avrebbero condotto un’incursione penetrando in un’area considerata parte integrante del territorio venezuelano senza generare alcuna allerta a Caracas.
A peggiorare ulteriormente il quadro è la crisi del capitale umano. Operatori radar, tecnici e specialisti missilistici richiedono anni di formazione e addestramento: nel tempo, il sistema ha subito una vera e propria emorragia di personale qualificato, tra fughe all’estero, epurazioni politiche, rotazioni continue e sostituzioni con figure meno preparate. L’assenza di esercitazioni complesse e di un confronto operativo costante ha contribuito a un progressivo invecchiamento dottrinale e tattico.
Su tutto si innesta un fattore strutturale: la corruzione. Non un elemento marginale, ma una costante che ha divorato fondi di manutenzione, gonfiato contratti, favorito la dispersione di componenti e reso permeabili le catene di comando. In alcuni casi, radar e sistemi risultano deliberatamente inattivi, trasformando la difesa aerea in un colabrodo funzionale ad altri interessi.
Infine, il nodo forse più critico: l’integrazione tecnologica. Una difesa aerea moderna vive della capacità dei sensori di dialogare in tempo reale con gli effettori. Se il radar che individua la minaccia non comunica automaticamente con la batteria incaricata di ingaggiarla, l’intero processo rallenta e diventa vulnerabile.
Nel caso venezuelano, l’accoppiata di radar cinesi e sistemi missilistici russi genera gravi problemi operativi. Molte informazioni non viaggiano su reti automatizzate, ma devono essere trasmesse con procedure lente e facilmente disturbabili, esposte a intercettazioni, interferenze e inganni in uno scenario di guerra elettronica moderna. In sintesi: anche quando singoli elementi funzionano, il sistema nel suo complesso non funziona come tale.
Ecco perché il “dome” venezuelano, pur fondato su acquisizioni reali e su sistemi che in condizioni ideali possono essere temibili, appare oggi come una difesa aerea fragile e frammentata, più utile alla propaganda che alla resilienza operativa.
Il problema non è l’assenza totale di mezzi, ma la distanza profonda tra l’immagine di una muraglia impenetrabile e la realtà di una rete degradata, disorganizzata e scarsamente integrata. Una distanza che, nel momento della prova, ha mostrato tutta la sua inconsistenza.
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