Dopo gli eventi degli ultimi giorni, il Venezuela rappresenta oggi un test concreto per la credibilità strategica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale: energia, rotte caraibiche, flussi regionali e infrastrutture critiche si concentrano in un punto geograficamente vicino agli USA. In questo spazio, la presenza strutturale di potenze extra-emisferiche non è un dettaglio diplomatico, ma un fattore di sicurezza nazionale che può ridefinire gli equilibri per decenni.
In questa prospettiva, l’obiettivo realistico non è “controllare” Caracas o ricostruire il Paese dall’esterno, ma impedire che il Venezuela diventi una piattaforma stabile di proiezione ostile. È qui che il dossier venezuelano assume valore generale: misura fino a che punto Washington sia disposta (e capace) di far rispettare una linea rossa nell’emisfero occidentale senza cadere nell’errore tipico delle grandi potenze, cioè trasformare un interesse strategico in un intervento totalizzante, costoso e delegittimante.
La competizione contemporanea è sempre più una hybrid warfare: cyber, disinformazione, coercizione economica, proxy, operazioni sotto soglia, sabotaggio istituzionale. L’obiettivo non è necessariamente conquistare territori, ma erodere Stati e alleanze dall’interno, rendendo cronica l’instabilità e più costosa la leadership dell’avversario. Se questo processo non viene contrastato, la perdita di controllo può maturare in 30–40 anni, senza bisogno di uno scontro frontale.
Il limite emerso negli ultimi decenni riguarda soprattutto la fase politica successiva al conflitto o alla crisi. Molte operazioni hanno prodotto successi tattici, ma hanno faticato a generare stabilità duratura per carenze di governance, legittimità e architetture istituzionali. In un contesto ibrido, la fase “dopo” non è un capitolo successivo: è la parte decisiva che determina se la vittoria militare si converte in ordine o in risentimento.
Ne deriva una regola operativa: strumenti coercitivi (sanzioni, pressioni, deterrenza) funzionano solo se integrati con incentivi credibili e uscite praticabili. Senza una rampa di de-escalation e senza alternative economiche e istituzionali, gli attori bersaglio tendono a stringere i legami con potenze rivali. La stabilizzazione richiede quindi un mix: sicurezza interna, anticorruzione, riforma amministrativa, investimenti e accesso a mercati, con una comunicazione che curi la percezione oltre la sostanza.
Lo scenario più plausibile è un ordine imperfetto fondato su due potenze globali (USA e Cina) e una serie di potenze regionali (India, Russia, Turchia, altre) con alleanze a geometria variabile. In tale quadro, l’emisfero occidentale rappresenta la linea rossa americana: la crescita cinese può essere tollerata in varie aree, ma l’insediamento strategico vicino al territorio statunitense diventa difficilmente accettabile.
Nell’Indo-Pacifico, l’anello di contenimento dell’espansione cinese poggia su alleati e partner chiave: Giappone e Australia sul versante marittimo e India come perno terrestre, con una cintura di Stati che, in misura diversa, concorrono a limitare l’espansione e a diversificare le catene del valore. Con la Russia, la logica dominante è il ridimensionamento e la gestione: evitare salti di scala in Europa, mantenere deterrenza e, al contempo, tollerare una dimensione regionale purché non rovesci l’ordine europeo.
Le incognite strategiche più delicate restano Europa e Brasile. Il Brasile è la chiave del Sud America: la strada più efficace non è lo scontro, ma la cooptazione tramite un ruolo regionale condizionato, in cambio di limiti chiari alla penetrazione strategica extra-emisferica. L’Europa, per dimensione economica e capacità industriale-tecnologica, è l’unico spazio che potrebbe diventare un competitore sistemico se sviluppato unitariamente: per Washington è essenziale avere alleati europei forti, ma impedire la nascita di un polo politico-militare unitario alternativo. In questo passaggio, la percezione è decisiva: la forza senza legittimità alimenta reazioni.
La tesi conclusiva è che un altro secolo di predominio americano è possibile e potenzialmente stabilizzante, ma richiede una condizione: trasformare la superiorità militare in capacità di chiudere i conflitti, gestire il “dopo” e rendere sostenibile la leadership attraverso alleanze, istituzioni e risultati visibili. In un sistema bipolare imperfetto, tale approccio riduce la probabilità di guerre mondiali che non convengono, allo stato dei fatti, a nessuna delle due superpotenze.
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