Nuuk e i fiordi ghiacciati sono tornati, all’improvviso, al centro della geopolitica. La Groenlandia – territorio autonomo del Regno di Danimarca – è diventata un simbolo di una partita più grande: rotte marittime che si aprono con il ritiro dei ghiacci, infrastrutture strategiche, risorse minerarie, e soprattutto la competizione di potenze in un’area dove la presenza militare conta anche quando i numeri sono ridotti.
In Groenlandia c’è Pituffik Space Base (ex Thule), la principale installazione militare statunitense sull’isola: un avamposto chiave per sorveglianza e allerta missilistica e, più in generale, per l’architettura di sicurezza del Nord Atlantico.
Sul lato danese, invece, la difesa dell’immenso territorio artico si regge su una combinazione di sorveglianza, pattugliamento e presenza: tra i reparti più iconici c’è la Sirius Dog Sled Patrol, pattuglia con slitte trainate da cani che opera per mesi in aree remote del Nord-Est groenlandese.
Negli ultimi giorni alcuni Paesi europei hanno iniziato a inviare piccoli contingenti e staff di pianificazione per un’iniziativa danese di addestramento e presenza, spesso citata come Operation/Exercise “Arctic Endurance”: non un dispiegamento “massiccio”, ma un segnale politico e militare di solidarietà e deterrenza in un’area sempre più sensibile.
La stessa Danimarca, tramite il suo comando artico, ha ribadito che la priorità operativa resta monitorare l’attività russa (e in prospettiva anche la crescente attenzione cinese), più che immaginare frizioni interne all’alleanza occidentale.
E qui arriva il punto che interessa Roma: l’Italia, al momento, non invia militari in Groenlandia. La linea di governo, raccontata anche da The Press, è di non considerare “necessario” un contributo italiano immediato sull’isola, puntando piuttosto su una cornice NATO e su una gestione diplomatica del dossier.
Ma l’assenza italiana è diventata essa stessa una notizia: perché, se c’è un reparto che nell’immaginario (e nella pratica) è associato a neve, quota e freddo, quello è l’universo Alpini.
Negli ultimi anni l’Esercito ha infatti accelerato lo sviluppo di una vera “capacità artica”: ad esempio, il 2° Reggimento Alpini della Brigata Taurinense è stato impegnato in cicli addestrativi in ambiente freddo, anche in Norvegia, proprio per adattare procedure, equipaggiamento e resistenza operativa a condizioni estreme.
Questo si inserisce in un quadro più ampio: l’Italia, osservatore del Consiglio Artico dal 2013, sta aggiornando strumenti e politica artica, mentre Forze Armate e mondo scientifico lavorano su ricerca, logistica e “know-how” in alta latitudine.
La discussione pubblica, rilanciata anche sulle pagine di The Press, ruota attorno a una contraddizione: proprio perché l’Italia dispone di reparti addestrati a montagna e freddo, il mancato impiego viene letto da alcuni come un’occasione persa sul piano dell’immagine e del peso politico.
Dall’altra parte, Palazzo Chigi e Farnesina sembrano voler evitare gesti che possano essere interpretati come “missioni bandiera” fuori da un coordinamento più ampio, soprattutto in una fase dove ogni simbolo in Groenlandia viene amplificato.
Molto dipenderà da due fattori:
Per ora, la fotografia è questa: soldati europei in arrivo e addestramento artico in corso; Italia fuori dal perimetro groenlandese, ma con reparti che – sulla carta – sarebbero tra i più credibili per quel teatro.
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