Se l’Italia sceglie (come sta facendo) di schierare unità sul fianco est della NATO — dalla regione baltica fino all’area del Mar Nero — deve accettare una realtà semplice: in quel teatro il freddo non è solo un fattore ambientale, è un moltiplicatore (o un distruttore) di capacità. A temperature estreme, con vento, umidità e neve, cambiano le regole del gioco: la mobilità rallenta, l’efficienza cala, la manutenzione diventa più difficile, la resilienza psicofisica viene messa alla prova. In sintesi: non basta “saper combattere”. Bisogna saper vivere, muovere e operare nel freddo estremo.
Il gelo colpisce in modo subdolo: non fa rumore, non si vede, ma consuma energie, riduce la destrezza fine, aumenta gli errori, amplifica i tempi di reazione e rende più fragile ogni catena logistica. La perdita di calore e, soprattutto, la gestione dell’umidità (sudore che poi gela) possono degradare una squadra più rapidamente di qualunque ostacolo fisico. E quando la temperatura scende sotto soglie severe, anche un compito semplice — comunicare, orientarsi, manipolare equipaggiamento — diventa complesso.
Per questo la “cold weather capability” non può essere considerata un add-on stagionale: deve diventare una competenza addestrativa stabile, con standard, verifiche, istruttori dedicati e una cultura d’unità che la interiorizzi.
La Finlandia è uno dei paesi europei che più ha trasformato l’inverno in una dimensione operativa ordinaria. Non è folklore: è una scuola. Per le forze armate finlandesi, muoversi e operare in condizioni rigide è parte della normalità addestrativa, non un “corso speciale”. Proprio per questo i finlandesi possono essere istruttori eccellenti per unità alleate: non portano solo tecniche, ma soprattutto mentalità, disciplina e procedure consolidate.
Il valore aggiunto, inoltre, è pratico: insegnano a rendere sostenibile l’impiego nel freddo sul medio periodo, evitando che l’inverno diventi un “consumatore” di prontezza.
L’articolo che citi lo spiega con chiarezza: il cuore della sopravvivenza e dell’efficienza in inverno è la stratificazione (layering). L’idea è semplice e potentissima: con più strati regolabili, puoi adattare l’abbigliamento all’attività e al meteo, evitando sia il congelamento sia il surriscaldamento (che porta sudore, e quindi freddo dopo pochi minuti).
La regola operativa più concreta è quella ricordata nel testo: cambiare lo strato base quando è umido e aggiungere subito lo strato caldo quando ci si ferma. Il freddo punisce soprattutto nelle transizioni: stop improvvisi, attese, osservazioni prolungate.
Un altro punto decisivo dell’articolo è la logica del “pacchetto minimo” per 24 ore: ricambi asciutti, calore, capacità di assumere un pasto caldo e protezione dal meteo. Non è glamour, ma è ciò che separa un reparto che “resiste” da uno che mantiene iniziativa.
Qui non si tratta di elenchi da manuale, ma di routine di reparto:
Il freddo non colpisce solo il corpo: colpisce la tecnologia. L’articolo richiama un fatto pratico: in ambiente gelido, le batterie comuni crollano, mentre le batterie al litio reggono meglio. Ma anche così, la gestione energetica diventa un fattore critico: dispositivi in tasca per sfruttare il calore corporeo, scorte protette e asciutte, e una pianificazione realistica dei consumi.
Lo stesso vale per ottiche e sensori: condensa, gelo, lenti sporche che si appannano. La soluzione non è “più tecnologia”, ma manutenzione semplice e continua e ridondanza ragionata (saper operare anche quando il digitale degrada).
Un passaggio molto moderno del testo riguarda l’uso dei termici: nel freddo, trattenere il calore corporeo è difficile, e quindi la firma può diventare più visibile. È una lezione che va tradotta in addestramento non per “fare trucchi”, ma per capire come l’ambiente invernale cambia l’osservazione, la scoperta e la sopravvivenza sul terreno.
Il punto non è copiare l’abbigliamento di qualcun altro. Il punto è costruire una capacità completa, che include:
Sul fianco est, l’inverno non concede sconti. La differenza tra un reparto che “sta sul terreno” e uno che “domina il terreno” passa da dettagli apparentemente banali: un base layer asciutto, un guanto di ricambio, batterie adatte, un ordine di stivaggio coerente, una procedura interiorizzata. È qui che la Finlandia può insegnare molto: non perché abbia segreti, ma perché ha trasformato il freddo in normalità operativa.
Se l’Italia vuole che le proprie unità schierate dalla Lituania alla Bulgaria siano credibili in ogni stagione, deve rendere la capacità di vivere, muovere e operare nel freddo estremo una competenza strutturale. Non è un capitolo “invernale”: è prontezza, deterrenza, sopravvivenza. E, in ultima analisi, efficacia.
Source: https://ufpro.com/
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