Nelle ore in cui, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Washington avrebbe riallacciato contatti con i leader dei curdi iraniani e la CIA starebbe valutando se sostenerne militarmente le milizie lungo il confine Iran-Iraq, riemerge un copione antico: quando in Medio Oriente si apre una faglia di potere, i curdi tornano a essere corteggiati come “forza sul terreno” — e, altrettanto spesso, esposti a ritorsioni e a brusche retromarce degli alleati. In questo quadro, diverse fonti descrivono la nascita (o il rafforzamento) di una coalizione tra partiti curdi iraniani, la pressione dei pasdaran e le possibili ricadute regionali, from Turchia at Kurdistan iracheno.
Per capire perché questa “chiamata” ai curdi riapra immediatamente timori e speranze, serve un passo indietro: la storia curda contemporanea è, in larga misura, la storia di una promessa di autodeterminazione rimasta incompiuta.
Dopo la Prima guerra mondiale, la ridefinizione dell’ex spazio ottomano e gli accordi tra potenze europee contribuirono a fissare confini che spezzarono la continuità territoriale delle comunità curde tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. In quel contesto, il Trattato di Sèvres (1920) arrivò a prospettare un percorso verso un’entità curda autonoma/indipendente; ma la successiva revisione dell’assetto regionale — con il Trattato di Losanna (1923) — fece tramontare quell’ipotesi, lasciando i curdi nella condizione che ancora oggi li definisce spesso: uno dei più grandi popoli “senza Stato” del mondo.
In Iran, il simbolo storico più potente resta la Repubblica di Mahabad (1946): un esperimento di autogoverno curdo durato meno di un anno, poi travolto dal ritorno del controllo di Teheran dopo il mutamento degli equilibri internazionali. Mahabad è diventata, per molti curdi, l’emblema di una finestra che si apre quando le grandi potenze spingono e si chiude quando le grandi potenze si ritirano.
Dalla rivoluzione islamica del 1979 in poi, il rapporto tra Teheran e parte della galassia curda iraniana è rimasto ciclicamente conflittuale: fasi di mobilitazione, repressione, clandestinità ed esilio (soprattutto nel Kurdistan iracheno), con partiti e sigle spesso divisi da strategie diverse — dal federalismo rivendicato da molte componenti politiche all’opzione più militante di altri gruppi.
Il nodo che torna nel 2026 è la combinazione tra unità operativa e interesse esterno. Secondo varie fonti, negli ultimi giorni si è rafforzata (o formalizzata) una convergenza tra sigle storiche e/o armate dell’area curda iraniana (tra cui PDKI/KDPI, Komala, PJAK, PAK), sostenuta dalla logica: “noi abbiamo uomini, conoscenza del terreno e retrovie oltreconfine”.
La dimensione transfrontaliera è cruciale: le basi e i campi nel Kurdistan iracheno sono profondità strategica, ma anche vulnerabilità politica, perché Erbil deve bilanciare solidarietà etnica, pressione di Baghdad e deterrenza iraniana. E infatti, ogni volta che la tensione sale, l’Iran tende a colpire proprio quella retrovia.
Lo si è visto con attacchi missilistici e con droni: nel settembre 2018 un attacco dell’IRGC colpì sedi di partiti curdi iraniani nell’area di Koy Sanjaq (Koya), nel Kurdistan iracheno; nel settembre 2022 una nuova campagna di strike (missili, droni, artiglieria) prese di mira basi legate a gruppi curdi, in un quadro connesso alle proteste interne iraniane.
Nel racconto (e nella memoria) curda pesa anche un’altra costante: la persecuzione non sempre si è fermata ai confini. L’uccisione di figure di vertice curde in Europa — in particolare l’assassinio del leader curdo iraniano Abdol-Rahman Ghassemlou (Vienna, 1989) e l’attacco al ristorante Mykonos (Berlino, 1992) — è spesso citata come prova della “guerra lunga” tra Teheran e parte dell’opposizione curda.
La fase attuale ha due elementi di novità e un rischio antico.
Novità 1: la crisi regionale come moltiplicatore. Se l’Iran è impegnato su più fronti, la tentazione di aprirne uno interno (o “di confine”) cresce: è la logica di un possibile “secondo fronte” curdo e di tentativi di coordinamento con attori esterni.
Novità 2: la ricerca di unità curda iraniana. L’unità tra partiti, nata dopo anni di rivalità, mira anche a rafforzare il messaggio pubblico: “non separatismo, ma un Iran democratico e federale”.
Il rischio antico: essere strumento e poi merce di scambio. È lo spettro che accompagna i curdi da un secolo: promesse di sostegno quando servono boots on the ground, freddezza quando le priorità cambiano. Nel 2026, quel rischio si intreccia con la reazione degli attori regionali: la Turchia teme ogni dinamica che possa rafforzare l’immaginario nazionale curdo; Baghdad e il Kurdistan iracheno temono ritorsioni sul proprio territorio; Teheran mostra di considerare le retrovie curde un bersaglio legittimo.
In sintesi: l’attuale capitolo iraniano non nasce dal nulla. È la prosecuzione di una storia fatta di promesse internazionali mancate (Sèvres/Losanna), di brevi esperimenti di autogoverno (Mahabad), di repressioni e omicidi politici, e di cicliche guerre per procura. Proprio per questo, l’eventuale ruolo delle milizie curde contro i pasdaran — per quanto militarmente “utile” — resta politicamente esplosivo: può accelerare fratture interne in Iran, ma anche incendiare l’area di confine e rimettere i curdi davanti al dilemma che li perseguita da generazioni: combattere oggi sapendo che domani potrebbero essere lasciati soli.
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