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11 novembre 1961: 64 anni dall’eccidio di Kindu, il sacrificio dei 13 aviatori italiani in missione di pace

Sessantaquattro anni fa, in una remota località della foresta equatoriale congolese, tredici aviatori italiani della 46ª Aerobrigata di Pisa vennero barbaramente uccisi mentre servivano la causa della pace, sotto le insegne delle Nazioni Unite. È una pagina dolorosa della nostra storia nazionale, un sacrificio che ancora oggi rappresenta una ferita e al tempo stesso un monito: la pace ha un prezzo, e spesso viene pagata da uomini silenziosi, lontano dai riflettori.

Il contesto: il Congo tra caos e interessi internazionali

Il Congo aveva ottenuto l’indipendenza dal Belgio nel 1960, ereditando però un vuoto istituzionale e profonde fratture tribali, alimentate da interessi coloniali e geopolitici.

A complicare il quadro, potenze e interessi internazionali si mossero per influenzare il destino del Paese, attratte dalle sue immense risorse minerarie e strategiche. In questo contesto prese forma la secessione del Katanga, la regione più ricca e industrializzata, sostenuta da ingenti capitali stranieri e dall’impiego di mercenari europei.

Il giovane Stato congolese si ritrovò così diviso tra tre poli di potere:

  • il governo centrale del presidente Joseph Kasa-Vubu, con le forze del colonnello Joseph-Désiré Mobutu nel settore occidentale;
  • i sostenitori di Patrice Lumumba, guidati da Antoine Gizenga e dal generale Lundula, con appoggi sovietici nelle regioni orientali;
  • the Katanga secessionista by Moïse Ciombe (Tshombe), supportato da mercenari e da influenze economiche europee.

La crisi degenerò rapidamente. Nel luglio 1960, appena un mese dopo l’indipendenza, il Katanga dichiarò la propria autonomia, dando avvio a una guerra civile. Poco dopo venne assassinato Patrice Lumumba, primo premier congolese e simbolo del tentativo di emancipazione dal controllo esterno.
Il delitto — perpetrato da forze katanghesi con la complicità del potere centrale — aprì una fase ancora più drammatica. Mobutu, allora a capo dell’esercito, avrebbe consolidato negli anni successivi un regime autoritario durato quasi quarant’anni.

In questo clima esplosivo, tra rivalità interne e pressioni internazionali, le Nazioni Unite decisero di intervenire: nell’agosto 1960, with the mission ONUC, i caschi blu furono schierati nel tentativo di stabilizzare il Paese e prevenire un conflitto regionale su vasta scala.

Unità della missione delle Nazioni Unite in Congo (ONUC) nei pressi di Élisabethville, nel 1963 – Foto ONU/BZ

Gli equipaggi italiani e l’ultima missione

I due velivoli italiani — C-119 “Lyra 5” e “Lupo 33” — erano impegnati da oltre un anno nei cieli africani. Il 21 November sarebbero rientrati in patria.

L’11 novembre decollarono da Leopoldville per portare rifornimenti alla guarnigione malese dell’ONU nella zona di Kindu, ai margini della foresta congolese.

La regione era scossa da settimane di violenze e tensioni: bande armate, propaganda, sospetto verso chiunque fosse straniero. Si temeva — senza fondamento — un aviolancio di mercenari belgi a sostegno della secessione del Katanga. Gli aerei italiani si dovevano fermare a Kindu solo per il tempo di scaricare e, per gli equipaggi, di mangiare qualcosa.

Un Fairchild C-119 della 46ª Aerobrigata – Free Commons Copyright Wikipedia

L’eccidio

La comparsa dei due C-119 italiani, scambiati per velivoli katanghesi carichi di paracadutisti, innescò il panico tra i soldati di Kindu. Centinaia di miliziani raggiunsero in camion l’aeroporto: i tredici aviatori, al comando del maggiore Amedeo Parmeggiani, stavano mangiando alla mensa ONU, una villetta a circa un chilometro dalla pista, insieme a una decina di ufficiali malesi.

Verso le 16:15 un primo gruppo di circa 80 militari congolesi fece irruzione nell’edificio: italiani e malesi, quasi tutti disarmati, furono sopraffatti e percossi; il tenente medico Francesco Paolo Remotti, nel tentativo di fuggire da una finestra, venne raggiunto e ucciso.

At 16:30 sopraggiunsero altri 300 miliziani guidati dal comandante locale, colonnello Pakassa. Il maggiore malese Maud provò invano a spiegare che gli aviatori erano personale dell’ONU. Alle 16:50 i dodici superstiti, costretti a trasportare il corpo di Remotti, furono caricati su camion, condotti in città e rinchiusi nella piccola prigione. Nel frattempo, giunti da Leopoldville, il generale Lundula e funzionari ONUC tentarono di aprire una trattativa, ma senza esito: il comando congolese appariva ormai incapace di controllare i propri uomini.

Nella notte, soldati congolesi irruppero nelle celle e fucilarono i dodici italiani. I corpi, inizialmente lasciati sul posto, vennero poco dopo prelevati dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò nella foresta e li seppellì in una fossa comune. I miliziani diffusero intanto la voce che gli italiani rifornissero i secessionisti e che fossero stati attirati a Kindu da un presunto inganno della torre di controllo; pochi giorni dopo, l’inviato Alberto Ronchey de The Press constatò che la torre era fuori uso da mesi, smentendo quelle versioni.

Il ritorno in patria e il lutto di una Nazione

Per giorni calò il silenzio. Della sorte dei tredici aviatori non giunsero notizie, e anche il comando ONU evitò mosse avventate per scongiurare reazioni a catena, ignaro che i militari italiani erano già stati uccisi. Solo settimane dopo, il custode del carcere trovò il coraggio di contattare i fratelli Arcidiacono, italiani da anni a Kindu: grazie alle loro informazioni fu possibile ricomporre i fatti e attivare le United Nations per il recupero delle salme.

In febbraio 1962 un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato da caschi blu etiopi e affiancato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata (tenente colonnello Picone e maggiore Poggi), rintracciò la fossa comune at cimitero di Tokolote, un villaggio sulle rive del Lualaba. I corpi, protetti da uno spesso strato d’argilla, risultarono in condizioni tali da permetterne l’immediata identification.

Trasferiti all’aeroporto di Kindu, furono imbarcati su un C-119 italiano per Leopoldville e quindi rientrarono in Italy a bordo di un C-130 statunitense.

I tredici Caduti di Kindu

  • Magg. pilota Amedeo Parmeggiani
  • Cap. pilota Giorgio Gonelli
  • Ten. medico Francesco Paolo Remotti
  • Sottoten. pilota Onorio De Luca
  • Sottoten. pilota Giulio Garbati
  • Mar. motorista Filippo Di Giovanni
  • Mar. motorista Nazzareno Quadrumani
  • Serg. magg. elettr. bordo Armando Fabi
  • Serg. magg. marconista Antonio Mamone
  • Serg. magg. montatore Silvestro Possenti
  • Serg. magg. montatore Nicola Stigliani
  • Serg. elettr. bordo Martano Marcacci
  • Serg. marconista Francesco Paga

La memoria e il valore del sacrificio

Per decenni, la vicenda rimase intrisa di dolore, racconti confusi, indignazione internazionale. Solo nel 1994 ai Caduti venne conferita la Gold Medal for Military Valour. Nel 2007 fu approvata una legge di indennizzo per le famiglie.

Oggi, monumenti e sacrari ne preservano la memoria: da Pisa a Fiumicino, da Milano a tanti comuni italiani che hanno intitolato strade e piazze ai Caduti di Kindu.

A sessantaquattro anni da quell’11 novembre 1961, l’Italia ricorda i suoi aviatori con rispetto e gratitudine.

In un mondo che ancora conosce conflitti, instabilità, e missioni internazionali complesse, il sacrificio dei Caduti di Kindu ricorda il valore del servizio silenzioso, dell’impegno militare al fianco delle istituzioni democratiche e dei popoli in difficoltà.

Condoralex

Born Alessandro Generotti, C.le Maj. Parachutist on leave. Military Parachutist Patent no. 192806. 186th RGT Par. Folgore/5th BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor. Founder and administrator of the website BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger and computer scientist by profession.

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