Le donne sono ormai presenti praticamente in ogni settore delle Forze Armate occidentali. Pilotano caccia, comandano unità combattenti, operano sui carri armati e partecipano alle missioni in prima linea. Negli ultimi anni sono cadute anche molte delle ultime barriere formali che impedivano loro di tentare l'accesso alle Forze Speciali.
Eppure, quando dalla possibilità teorica si passa alla realtà dei reparti operativi, il quadro cambia radicalmente.
Green Berets, Navy SEALs, SAS, Sayeret Matkal, Shayetet 13, incursori italiani: nonostante aperture normative e sperimentazioni, le donne che hanno effettivamente completato gli iter necessari per diventare operatori delle Forze Speciali rimangono pochissime.
Prima di affrontare l'argomento serve però una distinzione fondamentale: prestare servizio all'interno di una struttura delle Operazioni Speciali non significa necessariamente essere un operatore delle Forze Speciali.
Intelligence, comunicazioni, sanità, lingue, HUMINT, logistica, supporto aereo e numerose altre specializzazioni sono essenziali per le operazioni. Ma sono una cosa diversa dall'aver superato la selezione e il percorso addestrativo che porta a entrare in un distaccamento operativo destinato alla ricognizione speciale, all'azione diretta o al controterrorismo.
Ed è proprio questa distinzione a spiegare molti dei numeri e delle polemiche che accompagnano il tema.
Stati Uniti: tutte le porte aperte dal 2016
Nel dicembre 2015 il segretario alla Difesa statunitense Ash Carter annunciò che, a partire dal gennaio successivo, tutte le occupazioni e tutte le posizioni militari sarebbero state aperte alle donne senza eccezioni, purché le candidate soddisfacessero gli standard previsti.
La decisione comprendeva anche le Special Operations Forces. Il Pentagono approvò nel marzo 2016 i piani di implementazione dei diversi servizi e dello USSOCOM.
L'apertura normativa, tuttavia, non produsse un ingresso massiccio di donne nei reparti operativi.
Nel luglio 2020 una militare della National Guard completò lo Special Forces Qualification Course diventando la prima donna dell'epoca moderna destinata a entrare in un team delle U.S. Army Special Forces come Green Beret.
Un altro passaggio storico arrivò nel luglio 2021, quando una donna completò il percorso dei Special Warfare Combatant-craft Crewmen, SWCC, diventando la prima operatrice donna proveniente da un percorso di selezione del Naval Special Warfare.
La distinzione è importante: gli SWCC sono operatori delle Special Operations specializzati nell'impiego delle imbarcazioni per infiltrazione, esfiltrazione e supporto alle forze speciali, ma non sono Navy SEALs.
Per i SEAL la situazione rimane differente. A oltre dieci anni dall'apertura, nelle informazioni pubblicamente disponibili aggiornate al 2026 non risulta ancora una donna che abbia completato l'intero percorso e ottenuto il Trident dei Navy SEALs.
Anche il dato complessivo dello USSOCOM va letto con cautela.
Secondo il Government Accountability Office, le donne rappresentano meno del 10% del personale delle Special Operations Forces statunitensi, rispetto a circa il 19% dell'intero Dipartimento della Difesa. Ma quel numero comprende tutto il personale appartenente al mondo SOF e non equivale alla percentuale di donne che svolgono il mestiere di operatore d'assalto.
22º SAS: accesso consentito, numeri segreti
Il Regno Unito ha seguito un percorso simile.
Nel 2018 Londra completò l'apertura alle donne di tutti i ruoli delle Armed Forces. Il governo britannico ha successivamente precisato esplicitamente che dal 2018 le donne possono servire in qualsiasi ruolo, comprese le Special Forces.
La documentazione ufficiale britannica è oggi inequivocabile.
Il UK Special Forces Briefing Course, passaggio preliminare obbligatorio per chi vuole affrontare le successive selezioni, è aperto a volontari di qualsiasi genere provenienti da Royal Navy, British Army e Royal Air Force.
La stessa documentazione indica fra i successivi percorsi quello del 22 SAS e dell'SBS.
Una donna può quindi presentarsi al percorso che conduce al 22º Special Air Service.
Un'altra domanda è stabilire quante ci siano riuscite.
Le UK Special Forces applicano una politica di riservatezza estremamente rigida sulla propria composizione. Non esistono dati pubblici sufficienti per affermare con sicurezza quante donne abbiano eventualmente completato la selezione del 22 SAS o dell'SBS.
L'assenza di nomi pubblici, quindi, non può essere trasformata automaticamente nella prova dell'assenza di operatrici.
Quello che sappiamo è che la porta è formalmente aperta e che il candidato viene valutato sulla capacità di superare il percorso previsto.
Israele: il cambiamento è appena cominciato
È probabilmente Israele a offrire oggi il laboratorio più interessante.
L'IDF identifica tra le proprie unità di vertice le cosiddette “Elite 4”: Sayeret Matkal, Shayetet 13, Shaldag e Unit 669. A queste si aggiungono altre unità speciali come Yahalom e Oketz e la Commando Brigade con Duvdevan, Maglan ed Egoz.
Per molti anni diversi percorsi sono rimasti esclusivamente maschili.
Poi qualcosa è cambiato.
L'IDF indica ufficialmente il 2024 come anno di apertura alle donne della Unit 669, specializzata nel recupero e soccorso tattico, e della Yahalom, unità speciale del Genio da combattimento.
Già nel gennaio 2023 erano iniziate le prove di ammissione femminili: circa 130 candidate erano previste per Yahalom e undici erano state considerate inizialmente idonee a tentare quelle della Unit 669. L'IDF precisò che le candidate avrebbero dovuto soddisfare i requisiti definiti e completare gli standard addestrativi previsti.
Poi è arrivata la Sayeret Matkal.
Nel dicembre 2024 è partito un programma sperimentale per verificare l'integrazione delle donne nell'unità. Il 4 giugno 2026, l'IDF ha annunciato che una militare aveva completato con successo un percorso addestrativo dedicato durato oltre un anno e mezzo dopo aver superato la selezione preliminare e i criteri richiesti.
È un precedente storico.
Ma è importante leggere per intero il comunicato israeliano: al termine del corso, l'IDF precisava che le modalità del suo inserimento nell'attività operativa della Sayeret Matkal dovevano ancora essere definite, secondo le esigenze operative e le norme sul servizio congiunto.
Dire semplicemente che la Sayeret Matkal è ormai un reparto completamente misto sarebbe quindi prematuro.
Shayetet 13: la porta che rimane chiusa
Il quadro cambia ancora con la Shayetet 13, gli incursori navali israeliani.
L'unità è addestrata per operazioni dal mare, da terra e dall'aria e i suoi combattenti affrontano un percorso che comprende fanteria, combattimento navale, immersione, controterrorismo, guerriglia, paracadutismo operativo e tecniche d'assalto marittimo.
Nel 2026 la Shayetet 13 non risulta aperta al normale percorso femminile da combattente/incursore.
La questione è stata al centro anche delle battaglie legali che negli ultimi anni hanno portato all'apertura di altri reparti. Una delle promotrici dei ricorsi contro le limitazioni raccontava nel luglio 2026 che il suo sogno originario era proprio entrare nella Shayetet 13, scoprendo che il reparto era chiuso alle donne. Le azioni giudiziarie hanno contribuito ad aprire Sayeret Matkal, Unit 669 e Yahalom, ma non ancora la Shayetet 13.
È forse il contrasto israeliano più interessante: Sayeret Matkal sperimenta l'ingresso femminile mentre la Shayetet 13 mantiene ancora un percorso da operatore sostanzialmente maschile.
Spagna, 2019: la polemica del MOE
La Spagna offre invece un caso perfetto per comprendere quanto sia importante distinguere tra appartenere a una struttura di Operazioni Speciali ed essere qualificati come operatori.
Nell'aprile 2019, durante una visita al Mando de Operaciones Especiales, MOE, la ministra della Difesa Margarita Robles dichiarò di voler aumentare la presenza femminile in questo settore. Il progetto si inseriva anche nell'espansione dell'organico del comando.
Nel dicembre successivo scoppiò la polemica.
Il quotidiano ABC pubblicò un articolo dal titolo particolarmente duro: “Defensa crea un equipo para colar mujeres en Operaciones Especiales”.
Al centro della vicenda c'era la costituzione di un Equipo de Capacidades Especiales con una significativa componente femminile. Secondo quanto riportato all'epoca, non tutte le militari inserite nel nuovo dispositivo avevano necessariamente completato il tradizionale Curso de Operaciones Especiales. La critica era quindi evidente: si stava creando un percorso per far entrare personale femminile nel MOE evitando la selezione richiesta agli operatori?
La polemica fu tale che l'Observatorio de la Imagen de las Mujeres spagnolo inserì successivamente proprio il titolo di ABC tra i casi contestati, giudicandone la formulazione denigratoria nei confronti della professionalità delle militari.
Ma la versione ufficiale del Ministero della Difesa descriveva una realtà più complessa.
Il progetto MOE 35 prevedeva effettivamente la creazione di equipos de capacidades especiales composti da uomini e donne, ma destinati a fornire capacità particolari: conoscenza delle lingue e delle culture locali, comunicazione, negoziazione e interazione con le popolazioni, con particolare utilità nelle attività di assistenza militare e raccolta informativa.
In altre parole, non si trattava di sostituire clandestinamente un team d'assalto con personale non qualificato.
Si trattava di inserire capacità specialistiche all'interno della struttura delle Operazioni Speciali, alcune delle quali particolarmente utili proprio grazie alla presenza femminile, ad esempio nell'interazione con donne appartenenti a società nelle quali militari uomini avrebbero avuto difficoltà ad accedere.
Il problema semantico rimaneva però reale.
Una militare assegnata al MOE per capacità linguistiche o HUMINT non diventava automaticamente un'operatrice delle Operazioni Speciali qualificata attraverso il relativo corso.
Ma in Spagna le vere “boinas verdes” donne esistevano già
La polemica del 2019 potrebbe inoltre far pensare che nessuna donna fosse mai riuscita a superare il vero percorso delle Operazioni Speciali spagnole.
Non è così.
Il Ministero della Difesa spagnolo ha riconosciuto ufficialmente nel 2021 una militare come prima donna quadro di comando dell'Ejército de Tierra ad aver completato il Curso de Operaciones Especiales e ad aver successivamente esercitato il comando in unità di questa natura, partecipando anche a missioni internazionali.
La Spagna dimostra quindi entrambe le facce della questione.
Da una parte donne capaci di superare il percorso da Operazioni Speciali vero e proprio.
Dall'altra personale femminile inserito nel MOE per capacità specialistiche senza che ciò equivalga necessariamente alla qualifica da operatore.
Due realtà entrambe legittime, ma profondamente diverse.
Italia: le donne ci sono, ma bisogna scegliere bene le parole
Anche per l'Italia è necessario evitare affermazioni troppo semplici.
Oggi il Comando Forze Speciali, CoFS, indica ufficialmente tra le unità di Forze Speciali italiane il 9º Reggimento d'Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, il Gruppo Operativo Incursori, il 17º Stormo Incursori, il Gruppo Intervento Speciale, il 4º Reggimento Alpini Paracadutisti “Ranger”, il 185º Reggimento Paracadutisti Ricognizione e Acquisizione Obiettivi “Folgore” e il 1º Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”.
Ma questa classificazione è il risultato di una progressiva evoluzione del comparto.
Ed è proprio questo che rende interessanti alcuni precedenti femminili italiani.
Una donna nei Ranger già molti anni fa
Esiste infatti un precedente pubblico relativo al 4º Reggimento Alpini Paracadutisti “Ranger”.
Già nel 2018, una pubblicazione dedicata alle Forze Speciali ricordava che una militare in servizio permanente nel battaglione Alpini paracadutisti aveva superato le selezioni ed era entrata nei Ranger.
All'epoca il 4º era classificato come Forza per Operazioni Speciali, non ancora nella categoria nella quale è inserito oggi.
Questo dettaglio è importante.
Non sarebbe storicamente corretto prendere l'attuale classificazione e applicarla retroattivamente. Ma è altrettanto scorretto affermare che nessuna donna abbia mai superato una selezione operativa in un reparto che oggi appartiene ufficialmente alle Forze Speciali italiane.
Il precedente esiste.
Il Tuscania e la prima carabiniere paracadutista
Un discorso simile riguarda il 1º Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”.
Una testimonianza pubblicata direttamente dall'Arma dei Carabinieri documenta la presenza di una donna che affrontò il percorso del reparto, diventando la prima paracadutista del Tuscania.
Nel suo racconto ricordava che il corso non prevedeva scorciatoie legate al sesso e che l'obiettivo era riuscire a completare il percorso richiesto. Successivamente svolse anche incarichi e missioni internazionali.
Oggi la procedura ufficiale del Tuscania prevede una selezione psicofisica e un corso formativo di circa nove mesi; superate le prove finali, il carabiniere paracadutista transita nel Battaglione e svolge attività operative.
Anche in questo caso, tuttavia, il precedente femminile è anteriore all'attuale collocazione del reparto nel sistema delle Forze Speciali.
Il significato rimane comunque evidente: donne hanno già superato percorsi selettivi e prestato servizio operativo in reparti italiani che oggi fanno parte del comparto FS.
E il 185º RRAO?
Più difficile è ricostruire pubblicamente la situazione del 185º Reggimento Paracadutisti Ricognizione e Acquisizione Obiettivi “Folgore”.
Il reparto è oggi classificato ufficialmente tra le Forze Speciali italiane.
Nelle fonti pubbliche verificabili consultate non emerge però con sufficiente chiarezza un caso analogo a quello del 4º Ranger o del Tuscania che consenta di affermare con certezza l'esistenza pubblicamente documentata di una donna qualificata come Acquisitore Obiettivi e inserita nella componente operativa del reparto.
Questo non significa necessariamente che non esista.
Le unità del comparto mantengono comprensibilmente un'elevata riservatezza sulla composizione dei propri distaccamenti. Ma proprio per questo, in assenza di una fonte verificabile, sarebbe scorretto trasformare un'ipotesi in un fatto.
E gli incursori italiani?
La stessa cautela è ancora più necessaria quando si restringe il campo a 9º Col Moschin, GOI, 17º Stormo Incursori e GIS.
Nelle fonti pubblicamente disponibili non emergono casi altrettanto chiaramente documentati di donne che abbiano conseguito la relativa qualifica operativa da Incursore o siano entrate nelle componenti d'assalto di questi reparti.
Anche qui vale la stessa regola: assenza di evidenza pubblica non significa necessariamente evidenza di assenza, soprattutto in un settore nel quale identità e composizione delle unità operative sono frequentemente protette.
Ma è ciò che è possibile affermare sulla base dei dati pubblici.
Il vero problema: il collo di bottiglia della selezione
Perché, dopo anni di aperture, i numeri rimangono così bassi?
La prima ragione è statistica.
Le donne rappresentano una minoranza delle Forze Armate e una percentuale ancora inferiore sceglie volontariamente i ruoli di combattimento terrestre più impegnativi. Il bacino di partenza per le selezioni delle Forze Speciali è quindi molto più piccolo.
Poi arriva la selezione.
Gli iter delle Forze Speciali sono progettati per eliminare una percentuale elevatissima dei candidati anche quando il gruppo iniziale è formato quasi esclusivamente da uomini giovani, già militari e allenati.
Marce con carichi importanti, trasporto di materiale e feriti, combattimento prolungato, freddo, acqua, privazione del sonno, capacità di recupero e mantenimento della prestazione per periodi prolungati costituiscono elementi ricorrenti.
Ed è proprio agli estremi della prestazione fisica che le differenze fisiologiche medie tra i sessi diventano statisticamente rilevanti.
Questo non significa che ogni uomo sia più forte di ogni donna o che una donna non possa soddisfare gli standard. I precedenti esistenti dimostrano il contrario.
Significa però che la percentuale della popolazione femminile capace di raggiungere contemporaneamente determinati livelli di forza, resistenza, capacità di trasporto del carico e robustezza muscolo-scheletrica tende a essere inferiore.
Il Ministero della Difesa britannico affrontò direttamente la questione prima dell'apertura dei ruoli di combattimento terrestre.
Una ricerca del 2016 riscontrò, nella popolazione studiata durante l'addestramento iniziale dell'Esercito, un rischio di lesioni muscolo-scheletriche circa doppio nelle donne rispetto agli uomini e un rischio maggiore per alcune fratture da stress.
Londra non decise per questo di mantenere le porte chiuse.
Scelse invece di aprirle, mantenendo standard fisici basati sul lavoro da svolgere e non sul sesso. Le statistiche ufficiali britanniche ribadiscono ancora nel 2026 che non esistono quote per le donne nei ruoli di combattimento e che gli standard non sono stati abbassati per il personale femminile.
Ma la fisiologia non spiega tutto
Ridurre tutto alle differenze fisiche sarebbe comunque troppo semplice.
Il GAO statunitense ha evidenziato anche possibili barriere culturali e organizzative, difficoltà nelle carriere e problemi relativi a discriminazione e molestie all'interno del mondo delle Special Operations.
Lo stesso organismo ha rilevato che lo USSOCOM non disponeva sempre di dati sufficientemente completi per comprendere pienamente perché così poche donne intraprendessero o proseguissero determinate carriere.
C'è poi un ulteriore elemento: l'interesse personale.
Aprire un ruolo non significa automaticamente creare una grande platea di candidate.
Il Regno Unito, già nel 2018, dichiarava esplicitamente di non aspettarsi necessariamente grandi numeri di donne nei ruoli di combattimento terrestre. L'obiettivo era consentire l'accesso a chi avesse capacità e volontà sufficienti, non raggiungere automaticamente una determinata percentuale.
Aprire la porta non significa attraversarla
È probabilmente questa la conclusione più interessante.
Negli ultimi dieci anni il dibattito è cambiato.
La domanda non è più soltanto: «Le donne devono poter entrare nelle Forze Speciali?»
In molti Paesi la risposta normativa è già arrivata: possono almeno tentare.
La domanda oggi è un'altra: quante riescono effettivamente ad attraversare l'intero percorso e a diventare operatori?
Negli Stati Uniti una donna è diventata Green Beret e un'altra operatrice SWCC, ma nessuna risulta ancora essere diventata Navy SEAL.
Nel Regno Unito le donne possono affrontare il percorso per le UK Special Forces, compreso quello destinato a SAS e SBS, ma la riservatezza impedisce di conoscerne la reale presenza operativa.
Israele ha portato nel 2026 una donna alla conclusione del percorso sperimentale della Sayeret Matkal, mentre la Shayetet 13 rimane fuori dalle aperture finora documentate.
La Spagna aveva già donne qualificate attraverso il Curso de Operaciones Especiales quando nel 2019 scoppiò una polemica completamente diversa: quella sull'inserimento nel MOE di personale femminile dotato di capacità specialistiche ma non necessariamente qualificato come operatore.
In Italia esistono precedenti femminili pubblicamente documentati nei Ranger e nel Tuscania, oggi entrambi inclusi nel sistema delle Forze Speciali, mentre non emergono pubblicamente casi altrettanto chiari nel 185º RRAO e nei principali reparti incursori.
Ed è qui che il titolo trova il suo significato.
Donne e Forze Speciali non sono un amore impossibile. Ma, almeno finora, è rimasto un amore rarissimo.
Le porte, in molti casi, sono aperte.
A decidere ciò che accade dopo rimangono la selezione, gli standard, la fisiologia, la motivazione individuale e, soprattutto, le esigenze operative.
Fonti principali
U.S. Department of Defense – apertura di tutti i ruoli militari alle donne
U.S. GAO – Women in Special Operations
British Army – UK Special Forces Briefing Course
GOV.UK – apertura di tutti i ruoli alle donne
IDF – integrazione delle donne nei ruoli combattenti
IDF – Shayetet 13
Ministero della Difesa spagnolo – MOE e capacità speciali
Ministero della Difesa spagnolo – donna qualificata in Operazioni Speciali
Difesa italiana – unità delle Forze Speciali
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