È probabile che il Generale Masiello sbagli.
Sbaglia perché è un essere umano, perché prende decisioni, perché espone la propria visione e perché guida un cambiamento profondo in un’organizzazione complessa come l’Esercito Italiano. Chi non sbaglia, semplicemente, non decide. E chi non decide non guida.
Proprio per questo, però, Masiello si colloca con chiarezza tra i migliori Capi di Stato Maggiore dell’Esercito che la Repubblica abbia mai avuto, e certamente tra i più coraggiosi. Coraggioso non nel senso retorico del termine, ma nel significato più concreto: introdurre la cultura dell’errore come strumento di crescita, innovazione e futuro.
Senza errore non c’è cambiamento. Senza cambiamento non c’è futuro.
La lezione è nota anche fuori dall’ambito militare: Elon Musk lo ripete da anni. Il problema non è sbagliare, il problema è avere paura di andare avanti, paura di guardare al futuro, paura dell’innovazione. È questa paura, non l’errore, che paralizza le organizzazioni e le condanna all’irrilevanza.
Ciò che il Generale Masiello sta facendo a 360 gradi non ha precedenti recenti: sta mettendo in discussione abitudini, strutture, carriere, linguaggi e soprattutto mentalità. Sta forzando l’Esercito a uscire dalla comfort zone, a misurarsi con la realtà del mondo che cambia, a rimettere al centro il pensiero critico, il merito, l’addestramento, i valori.
E c’è un criterio semplice, antico, che nei reparti vale più di mille analisi.
In Brigata Paracadutisti, quando è da un po’ di tempo che ti lanci, che marci con zaini, armi ed equipaggiamento, di notte, al freddo, sotto la pioggia, nei boschi o in montagna, prima o poi una domanda te la fai quando arriva un nuovo comandante:
con lui andrei in battaglia oppure no? Mi fido di lui?
La risposta, per quanto mi riguarda, è chiara.
Masiello è uno con cui andrei in battaglia.
Ed è per questo che non solo può sbagliare, ma deve essere messo nelle condizioni di continuare.
Perché chi guida il cambiamento non va giudicato per l’assenza di errori, ma per il coraggio di assumersene la responsabilità.
Dateci Masiello per un altro triennio.
La fine delle operazioni di supporto alla pace e il ritorno dei conflitti ad alta intensità hanno segnato un punto di non ritorno. Dal 2022, con la guerra tornata in Europa e il moltiplicarsi delle crisi globali, il quadro strategico internazionale è mutato radicalmente. In questo contesto, l’Esercito Italiano si trova di fronte a una responsabilità chiara: adattarsi al nuovo scenario senza rinunciare alla propria identità.
La trasformazione non nasce da una volontà bellicista, ma dalla necessità di essere pronti. Nessuno desidera la guerra, così come nessuno desidera un incendio nella propria casa. Tuttavia, come i vigili del fuoco devono essere preparati prima dell’emergenza, anche le Forze Armate devono garantire prontezza, credibilità e deterrenza.
Il cambiamento è quindi una risposta obbligata a un mondo instabile, caratterizzato da competizione tra potenze, ritorno della guerra convenzionale, minacce ibride e conflitti multidominio. Ignorare questa realtà significherebbe esporsi a rischi maggiori, non solo per l’Esercito ma per l’intero Paese.
La vera trasformazione dell’Esercito non passa solo da nuove strutture o mezzi, ma dal cambiamento della cultura organizzativa. Innovare significa rimettere in discussione abitudini consolidate, superare l’autoreferenzialità e combattere una burocrazia che sottrae tempo e risorse alla missione principale: l’addestramento.
Un tema centrale è quello del cosiddetto frozen middle: quella fascia intermedia che, per inerzia o timore di perdere posizioni acquisite, rischia di rallentare il cambiamento. Il messaggio è netto: non esistono rendite di posizione garantite in un mondo che cambia così rapidamente.
I giovani sono indicati come il vero motore dell’innovazione. Devono poter parlare, proporre, sperimentare e anche sbagliare. L’errore in buona fede non è un fallimento, ma un passaggio necessario per crescere. In questo quadro, la meritocrazia diventa un’esigenza non più rinviabile: premiare chi lavora e chi vale è una questione di giustizia e di efficacia operativa.
Droni, guerra cibernetica, intelligenza artificiale, digitalizzazione dei processi e nuovi sistemi d’arma stanno ridefinendo il modo di combattere. L’Esercito Italiano ha avviato un profondo processo di modernizzazione, consapevole però di un principio fondamentale: la tecnologia non sostituisce l’uomo, lo supporta.
L’intelligenza artificiale rappresenta una delle sfide più complesse. Se da un lato offre opportunità straordinarie, dall’altro pone interrogativi etici cruciali. La scelta italiana è chiara: la decisione finale sull’uso della forza deve rimanere sempre umana. Non sarà un algoritmo a decidere sulla vita o sulla morte di una persona.
Accanto a questo, cresce l’attenzione alla formazione tecnologica diffusa: non accumulare semplicemente mezzi, ma sviluppare competenze, come nel caso dei droni, dove l’obiettivo prioritario è formare operatori capaci. L’innovazione, per essere efficace, deve essere compresa, governata e integrata nella cultura dell’organizzazione.
Nel nuovo scenario strategico, il concetto di “approntamento” lascia spazio a una visione più realistica: non ci si prepara a una missione nota, ma a ciò che non si conosce. L’addestramento diventa quindi continuo, intenso e orientato allo scenario peggiore.
L’aumento delle esercitazioni, soprattutto in ambito internazionale, rafforza l’interoperabilità con alleati e partner, migliorando la capacità di operare in contesti complessi e multidominio. Addestrarsi all’estero significa confrontarsi con ambienti, dottrine e procedure diverse, aumentando la resilienza complessiva della Forza Armata.
Il soldato, in questo quadro, “vive di addestramento”. È l’addestramento che costruisce la fiducia reciproca, la capacità di reagire sotto pressione e la credibilità dell’Esercito come strumento di difesa nazionale.
Al centro di ogni trasformazione restano i valori. Lealtà, onore, dovere, spirito di sacrificio e fedeltà alla Repubblica non sono concetti astratti, ma il fondamento che tiene unito l’Esercito. È nel giuramento sulla Costituzione che il soldato trova la propria bussola.
Un esercito senza valori condivisi è destinato a dissolversi. La storia recente dimostra che mezzi e addestramento non bastano se manca la coesione morale. Per questo l’educazione valoriale rimane una priorità, soprattutto in una società in cui tali principi sono spesso messi in discussione.
Essere soldati non significa amare la guerra, ma assumersi la responsabilità di difendere la Patria, anche a costo del sacrificio personale. È una scelta consapevole che coinvolge anche le famiglie, spesso silenziose ma fondamentali nel sostenere chi indossa l’uniforme.
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Non sono un soldato,lo sono stato 40 anni fa', ma un appassionato di tutto quello che ruoto intorno alla difesa e anchio ho fatto il mio giuramento che rispetterò fino alla fine da quello che ho visto e sentito e letto nel vostro articolo anch'io andrei in battaglia con il Generale Masiello