L’equilibrio della sicurezza globale sta attraversando una fase di profonda riconfigurazione. Tra le tensioni transatlantiche rinfocolate dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il nuovo fronte di guerra in Iran e il logoramento del conflitto russo-ucraino, l’Alleanza Atlantica si trova a ridefinire le proprie priorità strategiche.
A fare il punto della situazione, a margine del Kyiv Security Forum, è l’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Presidente del Comitato Militare della NATO. In un’intervista esclusiva, l’alto ufficiale italiano traccia la linea di difesa dell’Alleanza: dalle ambizioni imperiali di Mosca alle lezioni tattiche apprese sul campo, fino al nuovo ruolo di una Kyiv che non è più soltanto “consumatrice” di sicurezza, ma vera e propria “fornitrice” di competenze per l’Occidente.
La postura geopolitica della Russia non lascia spazio a interpretazioni: il Cremlino è ufficialmente designato come la principale minaccia per la stabilità euro-atlantica. Secondo l’Ammiraglio Dragone, l’obiettivo a lungo termine di Vladimir Putin va ben oltre i confini ucraini.
“Dobbiamo aspettarci che la Russia cerchi di riprendersi ciò che aveva prima del crollo dell’Unione Sovietica”, avverte Dragone.
Alla domanda se il bersaglio primario siano i Paesi Baltici, la risposta dell’ammiraglio è netta: “Non si tratta solo di loro”. La NATO sta quindi implementando una strategia di deterrenza e difesa a 360 gradi, monitorando costantemente l’Artico, il fronte orientale e il quadrante meridionale.
Nonostante la pressione russa, la situazione sul fronte ucraino viene descritta come uno stallo effettivo (stalemate). Tuttavia, il prezzo pagato da Mosca in termini di vite umane è senza precedenti storici recenti:
La via per sconfiggere Mosca, ammette Dragone, risiede proprio nell’esaurimento economico e militare della macchina bellica russa, unito al mantenimento del divario tecnologico qualitativo che la NATO vanta rispetto alla pura “quantità” russa.
Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha riacceso i focolai di scontento verso gli alleati europei, accusati di non spendere abbastanza per la propria difesa e di aver offerto scarso supporto nelle recenti operazioni in Iran. Al recente vertice dell’Aia, i Paesi membri hanno ceduto alle pressioni di Washington, impegnandosi a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL.
L’Ammiraglio Dragone, tuttavia, frena gli allarmismi su un disimpegno totale degli Stati Uniti:
“Non credo che ci sarà un massiccio disimpegno della NATO da parte degli Stati Uniti. Ma l’Europa deve alzarsi in piedi, e abbiamo iniziato a farlo.”
Se Washington dovesse riorientare parte dei suoi contingenti verso scenari caldi come l’Indo-Pacifico, un’alleanza “matura e forte” sarà in grado di colmare i vuoti (fill gaps) redistribuendo le forze sul territorio europeo. Le priorità di investimento per l’Europa sono già tracciate:
L’intervista evidenzia un paradosso strategico nell’analisi dei conflitti contemporanei. Da un lato, la guerra tra Russia e Ucraina si consuma quasi interamente sul terreno e tramite l’uso massiccio di droni e missili, con una quasi totale assenza del potere aereo convenzionale. Dall’altro, il conflitto in Iran ha ribadito la centralità assoluta della totale superiorità aerea.
Un’altra sfida cruciale è l’aspetto economico della difesa: contrastare droni low-cost con missili milionari non è sostenibile. È qui che l’Ucraina sta offrendo un contributo fondamentale alla NATO.
L’Ucraina non è più soltanto un Paese da assistere, ma un partner da cui imparare. Attraverso il Joint Analysis Training and Education Center (JATEC), le forze ucraine stanno addestrando i reparti NATO, agendo spesso come red team (forze nemiche simulate) nelle esercitazioni di contrasto ai droni. La loro esperienza ha già aiutato i Paesi del Golfo a difendersi dagli attacchi aerei iraniani.
Infine, una riflessione sulla filosofia della produzione militare. Di fronte a imbarcazioni miliardarie distrutte da droni marittimi infinitamente più economici, Dragone difende l’utilità delle grandi unità navali, come le portaerei: “Il punto non è la grandezza, ma come le usi, quanto lontano le tieni dall’area di pericolo e come le proteggi. Se lasciata sola, una portaerei può essere affondata; se protetta, resta una macchina da guerra formidabile”.
La partita della sicurezza globale si gioca dunque su un doppio binario: massicci investimenti tecnologici in Europa per compensare le oscillazioni politiche di Washington e una strategia di fermezza economica e militare per contenere l’imperialismo di ritorno della Federazione Russa.
Fonte: https://newsukraine.rbc.ua/
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