Il dibattito sulla governance dei nuovi domini della conflittualità si sta accendendo a livello globale. Negli Stati Uniti, la proposta bipartisan di inserire la nascente Cyber Force sotto l’egida dell’U.S. Army (all’interno del National Defense Authorization Act) traccia una via che molti alleati occidentali, Italia inclusa, guardano con attenzione.
Perché questa tripartizione – Spazio all’Aeronautica, Subacqueo alla Marina e Cyber all’Esercito – non è solo una spartizione burocratica, ma una scelta dottrinale simmetrica, equilibrata e strategicamente coerente?
L’assegnazione dei domini tradizionali e di quelli emergenti segue una logica di “prolungamento naturale” delle competenze storiche delle singole Forze Armate.
Oltre alla continuità geografica, ci sono ragioni operative, demografiche e dottrinali che rendono l’Esercito il candidato ideale per la leadership del dominio Cyber.
La guerra cibernetica non si fa con le macchine, si fa con le menti. Come evidenziato dai recenti studi analitici (tra cui quelli della Foundation for Defense of Democracies), una forza Cyber richiede una massa critica di personale (circa 10.000 unità per una struttura autonoma).
L’Esercito, essendo storicamente la Forza Armata più grande per numero di effettivi, possiede la struttura logistica, accademica e di reclutamento su larga scala adatta ad assorbire, formare e gestire una quantità enorme di specialisti, senza cannibalizzare le proprie capacità operative interne.
Nelle guerre contemporanee, l’attacco Cyber non è solo uno strumento di spionaggio, ma un’arma tattica di supporto. Spegnere i radar nemici, hackerare i droni avversari o interrompere le comunicazioni di un quartier generale prima di un attacco sono operazioni sovrapponibili all’uso dell’artiglieria o del genio militare. L’integrazione degli effetti cyber nella dottrina del combattimento terrestre (interarma) è vitale per l’Esercito per proteggere i propri soldati e mezzi sul campo.
In caso di un attacco cyber massiccio che metta in ginocchio la rete elettrica, idrica o i trasporti di un Paese, la risposta non avviene nel mondo virtuale, ma nelle strade. È l’Esercito l’unica forza dotata di capacità logistiche pesanti e capillarità territoriale per garantire la continuità dello Stato, proteggere i nodi fisici della rete ed esercitare la difesa civile mentre i tecnici ripristinano i sistemi.
Affidare la lead del Cyber all’Esercito non significa sminuire il ruolo di Marina e Aeronautica (che manterranno comunque le loro indispensabili componenti cyber specializzate per navi e aerei), ma significa creare un perfetto triumvirato dei domini emergenti.
In questo schema, ogni Forza Armata riceve la responsabilità del dominio che più si adatta alla propria natura intrinseca:
| Forza Armata | Dominio Tradizionale | Dominio Emergente | Focus Strategico |
| Aeronautica | Aria | Spazio | Alti vettori e sorveglianza orbitale |
| Marina | Mare | Subacqueo | Protezione fondali e linee di comunicazione marine |
| Esercito | Terra | Cyber | Difesa delle infrastrutture fisiche del web e supporto tattico |
Questa ripartizione garantisce un bilanciamento perfetto del potere interforze, evita sovrapposizioni e assicura che nessun dominio venga trascurato. Il cyber ha bisogno di massa, terra e integrazione tattica: tre elementi che l’Esercito ha nel proprio DNA da secoli.
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