Per mesi, i video circolati sui social media hanno raccontato una guerra parallela a quella dei comunicati ufficiali. Soldati che si facevano selfie davanti a case distrutte, truppe che scherzavano con beni civili e l’ostentazione di simboli religiosi o politici sulle divise. Oggi, il discorso del Generale Eyal Zamir alla base di Ramat David suona come un fragoroso “rompete le righe” verso l’anarchia etica, ma solleva una domanda inevitabile in Israele e all’estero: perché solo ora?
Davanti a una platea di comandanti ammutoliti, Zamir ha mostrato il lato oscuro della “TikTok War”. Il riferimento non è solo alla disciplina formale, ma a una vera e propria deriva ideologica.
Se si analizzano le fonti in inglese e in ebraico, emerge chiaramente il concetto di “ritardo del richiamo”. Molti analisti suggeriscono che la durezza di Zamir non sia figlia solo di un sussulto morale, ma di una necessità strategica: con l’attenzione della Corte Internazionale di Giustizia puntata su ogni mossa, i video di soldati che distruggono statue religiose o rubano beni diventano prove documentali devastanti. Il richiamo arriva quando il danno — legale e d’immagine — è già diventato sistemico.
Per tentare di recuperare il terreno perduto, il Capo di Stato Maggiore ha imposto una linea di rigore:
Il discorso di Zamir è un atto di coraggio necessario, ma arriva dopo che migliaia di immagini hanno già sedimentato una percezione di impunità. Resta da capire se questo richiamo basti a sanare una catena di comando che per troppo tempo ha guardato altrove, perché in una struttura gerarchica è difficile pretendere improvvisamente la disciplina delle educande da chi è stato lasciato agire col pugno di ferro nell’ombra del silenzio dei vertici.
Fonte: https://www.israelhayom.co.il/news/defense/article/20415801
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