Nel negoziato per fermare la guerra, uno dei punti più delicati riguarda le garanzie di sicurezza esterne: chi difenderà l’Ucraina se in futuro la Russia attaccasse di nuovo. Nelle ultime settimane a Kyiv è cresciuta l’idea che alcune promesse occidentali possano essere meno solide del previsto. Per gli ucraini è un tema sensibile anche per ragioni storiche: nel 1994, con il Memorandum di Budapest, l’Ucraina rinunciò alle armi nucleari ereditate dall’Urss in cambio di assicurazioni politiche sulla propria sovranità, poi rivelatesi insufficienti. Oggi la leadership ucraina vuole evitare un nuovo deja-vu: lavorare per garanzie occidentali più forti, ma costruire anche una sicurezza che non dipenda soltanto dagli altri.
Da qui la scelta di puntare su una deterrenza convenzionale autonoma, riassunta nell’idea della porcupine strategy. Il concetto è semplice: rendere l’Ucraina un bersaglio indigeribile. Non si tratta di essere invincibili, ma di essere troppo costosi da invadere. L’obiettivo è negare all’avversario una vittoria rapida, imponendo fin dall’inizio perdite e problemi logistici, e mantenendo nel tempo una capacità di resistenza e di risposta. In questo modo una nuova aggressione diventerebbe lunga, rischiosa e politicamente difficile da sostenere.
Il primo pilastro è la riforma dello strumento militare, pensata per trasformare l’esercito in una forza stabile e sostenibile nel dopoguerra. Kyiv non mira solo a mantenere grandi numeri, ma a riorganizzare addestramento, comando e gestione, rafforzando sottufficiali e ufficiali subalterni, rendendo più efficienti le catene decisionali e digitalizzando i processi di gestione delle forze. Il secondo pilastro è la modernizzazione tecnologica, centrata su droni, guerra elettronica e integrazione digitale: un ecosistema nazionale di piattaforme senza equipaggio, collegato a reti di sensori e a sistemi di comando e controllo distribuiti, capace di colpire con precisione e disturbare l’avversario. Il terzo pilastro è la capacità di colpire in profondità, cioè poter raggiungere obiettivi militari, logistici ed energetici lontani dal fronte con droni a lungo raggio e missili, così da aumentare i costi immediati di qualsiasi nuova offensiva. Infine, il quarto pilastro è l’industria della difesa: una filiera stabile, protetta e finanziata su base pluriennale, sempre più integrata con programmi europei, per garantire produzione seriale, rifornimenti continui e resilienza.
In sintesi, il “porcospino” ucraino nasce dall’idea che le garanzie esterne, per quanto importanti, non bastano se non poggiano su una forza interna credibile. Riforma militare, innovazione tecnologica, capacità di risposta a distanza e robustezza industriale sono gli “aculei” con cui Kyiv prova a scoraggiare una futura aggressione e a rendere più solida la propria sicurezza nel tempo.
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