Affrontando il tema ciclico del ritorno del servizio militare, Masiello sgombra il campo dagli equivoci: «Il dibattito sulla leva è comprensibile, ma rischia di essere fuorviante: si discute dello strumento prima di aver messo a fuoco il problema. I conflitti in corso ci dicono che le forze si logorano e vanno rigenerate, e questo impone una riflessione seria su come affrontare questo problema. Ma la partita vera si gioca sul campo della consapevolezza. Solo un Paese che sa perché si difende trova gli strumenti per farlo.
La difesa non sia una "faccenda da specialisti": l'analisi dei dati e dei sondaggi
Il nodo centrale risiede nella percezione collettiva maturata negli ultimi decenni: «Negli ultimi vent’anni la difesa è diventata, nella percezione comune, una “faccenda da specialisti”. La sospensione del servizio di leva ha fatto venire meno uno dei canali attraverso cui la società civile entrava in contatto diretto con quella militare e il risultato è che quel dovere di concorrere alla difesa della Patria che la Costituzione affida a tutti i cittadini è rimasto sullo sfondo». Per colmare questa distanza, il Capo di Stato Maggiore insiste sulla cultura della difesa, confortato dai dati: «Un’indagine del Censis ci dice che, tra i più giovani, poco più di uno su sei si dichiara disposto a difendere il proprio Paese. Un rapporto dell’Eurispes ci dice che poco più di quattro italiani su dieci considerano le risorse destinate alla Difesa un costo, mentre circa un terzo le considera un investimento: quest’ultima quota è cresciuta di otto punti in due anni. Sono numeri che fotografano una distanza, certo, ma anche una tendenza: quando si spiega, la percezione cambia».
Aprire le porte e contaminarsi: la strategia di contatto con il mondo civile
La strada maestra è l'apertura e l'ascolto reciproco: «Fin dall’inizio del mio mandato, sto spingendo per realizzare sempre più momenti di contatto e confronto con il mondo civile: raccontarsi di più e meglio, aprendo le porte, andando nelle scuole e nelle università, spiegando cosa facciamo e perché». E conclude con una riflessione di profonda contaminazione: «Il contatto con il mondo civile non serve solo a farci conoscere, serve a farci cambiare, perché un’istituzione che si confronta con l’esterno assorbe competenze, mentalità e velocità che le consentono di restare al passo con i tempi».
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