Analizzando gli insegnamenti dei conflitti contemporanei, Masiello evidenzia come il modello del passato sia ormai superato: «Per oltre vent’anni gli eserciti occidentali, il nostro compreso, si sono assuefatti all’illusione di una pace permanente, abituandosi a operazioni di supporto alla pace condotte con preavvisi lunghi, in teatri relativamente permissivi. Quel modello non regge più». Sotto la spinta di questa trasformazione, l'imperativo per la forza armata è netto: «Oggi, l’Esercito o è tecnologico o non è». La tecnologia e la proliferazione dei sensori hanno stravolto la fisionomia degli scontri: «Tra gli effetti più rilevanti di questo sviluppo tecnologico, che sta cambiando il nostro ‒ e non solo il nostro ‒ modo di combattere, vi sia la “trasparenza del campo di battaglia”. La densità e la diffusione dei sensori hanno reso la sorpresa quasi impossibile. Quella visibilità – fisica ed elettromagnetica – si traduce in vulnerabilità: in pochi minuti (a volte secondi), ciò che viene visto viene colpito».
Droni di massa e autoproduzione campale: il principio dello steel before flesh
Anche sul fronte dei sistemi senza pilota, i numeri impressionano: «Nel solo 2025 la Russia ha lanciato sull’Ucraina cinquantamila droni Shahed: sciami di piattaforme economiche, prodotte in serie e considerate sacrificabili, che saturano i sensori avversari, ne consumano le munizioni di pregio e costringono a scelte continue su dove guardare e cosa colpire. È il principio dello steel before flesh: mandare avanti l’acciaio prima della carne». Per rispondere a questa logica, l'Esercito punta anche su «l’autoproduzione, con la capacità di realizzare e modificare gli apparati direttamente nei reparti, attraverso la stampa tridimensionale e l’acquisizione in proprio dei materiali, proprio come abbiamo fatto durante la “Aegis 26”, a Monte Romano».
Il perimetro etico dell'Intelligenza Artificiale: l'uomo decide sempre
Infine, sul delicato fronte dell'Intelligenza Artificiale e del rischio di deresponsabilizzazione, il posizionamento del vertice militare è intransigente: «L’automazione non cancella i doveri di comando. Per questo abbiamo posto un paletto che non è negoziabile: sarà sempre un essere umano a decidere sulla vita e sulla morte. So che questo comporta un’asimmetria nei tempi di reazione, che può diventare uno svantaggio nei confronti di nemici che rispondono a sistemi etici diversi dal nostro. È un costo che accettiamo, perché rinunciare ai nostri valori significherebbe perdere esattamente ciò che difendiamo».
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