Nel dibattito pubblico italiano, quando si parla di “spazio” in chiave militare, la tentazione è sempre la stessa: considerarlo un affare principalmente aeronautico, industriale o – in prospettiva – “interforze”, e quindi qualcosa che l’Esercito può limitarsi a “ricevere” sotto forma di servizi (comunicazioni satellitari, immagini, PNT/GNSS, allerta). È una tentazione comprensibile, ma strategicamente pericolosa.
La guerra contemporanea – e ancor più quella futura – sta dimostrando che lo spazio non è un “supporto tecnico” esterno alla manovra terrestre: è un moltiplicatore operativo, un bersaglio, un terreno di competizione e una fonte di vulnerabilità. E se la componente terrestre non sviluppa competenza organica per impiegare, proteggere e contestare gli effetti spaziali al livello tattico-operativo, finisce inevitabilmente per dipendere da altri: nei tempi, nelle priorità, nelle regole d’ingaggio, perfino nel linguaggio con cui si descrive la battaglia.
Un esempio utile arriva dagli Stati Uniti. In un’intervista a Breaking Defense del 6 febbraio 2026, il Col. Felix Torres (SMDC Center of Excellence) ha chiarito che il nuovo settore professionale dell’US Army dedicato allo spazio – con l’obiettivo di coprire circa 1.000 posizioni – non nasce per “invadere” il perimetro della Space Force. Al contrario: nasce perché ogni Forza Armata ha esigenze specifiche e l’efficacia sul campo richiede competenze dedicate, anche quando esiste un servizio “specialistico” che opera nello stesso dominio. Torres è esplicito: il compito dell’Esercito USA è soprattutto nel tactical realm, su effetti terrestri (guerra elettronica, SATCOM tattiche, integrazione a supporto della manovra), mentre la Space Force è più centrata su operazioni in orbita e controllo dei satelliti.
Il punto chiave non è “copiare” il modello americano, ma coglierne la logica: sovrapposizione non significa duplicazione. Nelle forze armate moderne, capacità che insistono sullo stesso dominio possono e devono coesistere se rispondono a bisogni diversi e se sono integrate.
La Difesa italiana non parte da zero. Il Ministero della Difesa ha da anni formalizzato l’approccio multidominio: la componente terrestre deve poter operare “nei cinque domini operativi… terrestre, aereo, marittimo, cibernetico e spaziale”, pianificando azioni coordinate e integrate.
In parallelo, l’Italia ha costituito il Comando delle Operazioni Spaziali (COS) (8 giugno 2020), con l’obiettivo di potenziare la capacità nazionale nel dominio spaziale, proteggere e difendere gli assetti e integrare i servizi spaziali nelle operazioni. E, soprattutto, la Difesa sta già addestrando e sperimentando scenari realistici: nell’esercitazione Space Insider 23, il COS ha inserito lo spazio nel processo di pianificazione e condotta anche a livello tattico, includendo casi come jamming contro SATCOM, gestione di rischi di collisione, e supporto satellitare (ISR/SATCOM/PNT) collegato a campagne di terra.
C’è un passaggio, in quel resoconto, che merita attenzione: vengono citati anche elementi di coordinamento a supporto della componente terrestre (Space Support Coordination Element) e la necessità di “sincronizzazione estrema” di azioni cross-domain “da, verso e attraverso lo Spazio” per amplificare l’efficacia delle capacità tradizionali.
Tradotto: se l’Esercito non ha una cultura e una filiera professionale capaci di capire e governare quella sincronizzazione, qualcun altro lo farà al suo posto.
Per il combattimento terrestre futuro, lo spazio impatta in modo diretto e quotidiano su almeno quattro funzioni decisive:
Ogni voce ha un denominatore comune: non basta “avere accesso” ai servizi spaziali; bisogna saperli impiegare e proteggere in tempo reale al livello in cui la decisione è presa (brigata, battaglione, task force), con personale che parla la lingua della manovra terrestre.
Se la competenza spaziale resta esterna alla componente terrestre, emergono tre problemi ricorrenti:
Qui l’analogia con il caso USA è calzante: l’US Army ha difeso la necessità di un proprio mestiere “space-centric” proprio perché la Space Force “non può fare tutto” e perché le esigenze di servizio sono specifiche.
L’obiettivo non è creare un “doppione” del COS o dell’Aeronautica, né rincorrere l’orbita o la space control strategica. L’obiettivo è rendere la componente terrestre competente e autonoma nell’uso tattico-operativo degli effetti spaziali, in piena integrazione interforze.
In concreto, significa investire su:
Il COS rimarrebbe l’interfaccia operativa e l’architrave interforze del dominio, come già indicato nella sua missione istituzionale. Ma l’Esercito avrebbe finalmente la massa critica per sfruttare e difendere quei servizi dove conta di più: nel fango, nel rumore elettromagnetico, nel minuto decisivo.
La Difesa italiana ha già riconosciuto lo spazio come dominio operativo e lo sta integrando in esercitazioni e processi di pianificazione, anche a livello tattico. Il passo successivo è coerente e urgente: non lasciare la competenza spaziale della componente terrestre “in outsourcing culturale”.
Il futuro delle operazioni Land sarà multidominio per definizione. E in quel futuro, lo spazio non premierà chi “dipende”, ma chi sa integrare, adattare e combattere anche quando i servizi satellitari non sono garantiti.
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