La notte di guerra tra Stati Uniti e Iran nel corridoio strategico dello Stretto di Hormuz squarcia il velo su una realtà che Washington fatica ad accettare: la superpotenza si sta infilando in un pantano di logoramento e controguerriglia a distanza che, per dinamiche e costi di attrito, ricalca pericolosamente gli errori strategici del ventennio afghano.
Se da un lato la diplomazia tenta disperatamente di tenere in vita i canali negoziali e il Pentagono derubrica i raid a una “risposta proporzionata di autodifesa”, i fatti sul campo raccontano una storia diversa. È la storia di uno stilicidio continuo in cui la deterrenza asimmetrica di Teheran sta mettendo a nudo la vulnerabilità della macchina bellica più sofisticata del mondo.
Il fulcro del ridicolo geopolitico risiede nel bilancio economico e operativo degli scontri. Gli Stati Uniti rispondono con munizioni di precisione lanciate da caccia di quinta generazione ed elicotteri d’attacco Apache (uno dei quali abbattuto e miccia dell’ultima escalation). Teheran e i Pasdaran replicano con una pioggia di droni e missili a combustibile solido Khyber Shikan.
Il parallelismo con l’Afghanistan è evidente, ma con un’aggravante tecnologica:
Il Presidente Donald Trump si trova davanti a un bivio strategico che non ammette più mezze misure o post di distrazione sui social network. La strategia della “rappresaglia chirurgica e proporzionata” ha fallito: non scoraggia l’Iran, non protegge gli assetati alleati del Golfo e logora progressivamente il capitale militare e reputazionale degli Stati Uniti.
Le opzioni rimaste sul tavolo sono radicali:
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