L’idea di una “pace” stabile e lineare è sempre più un’illusione. Nel sistema internazionale contemporaneo, le grandi potenze non stanno mai davvero ferme: si muovono lungo un continuum che alterna competizione, crisi e conflitto. In altre parole, anche quando non si spara, lo scontro può essere già in corso—solo che si svolge sotto la soglia cinetica, nei mercati, nella diplomazia, nelle infrastrutture critiche e, soprattutto, nelle menti.
Questa lettura è ormai comune anche in ambito dottrinale e strategico: documenti militari e analitici descrivono come gli avversari “contestino” gli Stati Uniti e gli alleati attraverso le dimensioni diplomatiche, informative, militari ed economiche lungo tutto lo spettro “Competition, Crisis, and Conflict”. In parallelo, la riflessione più recente sottolinea che la competizione moderna non è confinata alla dimensione materiale: si estende alla dimensione cognitiva, diventando parte integrante del “continuum of competition”.
È proprio qui che nasce la vulnerabilità più grande delle democrazie occidentali in tempi di pseudo pace: quando crediamo di essere fuori dalla guerra, siamo spesso già dentro un confronto che mira a orientare, dividere, polarizzare.
Nel linguaggio strategico contemporaneo, la competizione non è un’eccezione: è lo stato ordinario. La crisi è l’accelerazione—il momento in cui la pressione aumenta e gli attori testano soglie e reazioni. Il conflitto è la rottura, quando la coercizione supera la deterrenza.
Un elemento chiave è che, lungo questo continuum, gli strumenti cambiano forma ma non necessariamente scopo: ottenere vantaggio, indebolire l’avversario, limitare le sue opzioni, condizionare le sue decisioni. Non a caso, analisi sul contesto operativo descrivono come Cina e Russia puntino a “prevalere” proprio in competizione, crisi e conflitto, contestando l’avversario in modo sistemico.
La fase di competizione è quella in cui si costruiscono (o si erodono) consenso, fiducia, coesione sociale. È anche la fase in cui le Operazioni di Influenza diventano la norma, perché sono lo strumento più efficiente per ottenere risultati politici senza pagare il costo di un conflitto aperto.
Qui diventa centrale quanto descritto in LA COMPETIZIONE COGNITIVA: la mente umana non è un “campo neutro”, ma un sistema complesso con vulnerabilità prevedibili. La riflessione sulla dimensione cognitiva evidenzia che i processi mentali—psicologici e neurologici—sono “prevedibili e manipolabili”, e che, fuori dalle situazioni “lotta o fuggi”, la parte cosciente pesa solo per una quota minoritaria delle nostre decisioni e interpretazioni.
In questo spazio, i bias (scorciatoie cognitive) non sono una deviazione rara: sono il funzionamento normale del cervello. E proprio per questo diventano il bersaglio ideale di azioni avversarie: se posso agganciarmi a emozioni, identità, paure, appartenenze, posso muovere comportamenti collettivi senza dover “convincere” razionalmente.
Per “Operazioni di Influenza” si intende, in senso ampio, un insieme coordinato di attività volte a modellare percezioni, atteggiamenti e decisioni di una target audience.
Una definizione operativa molto chiara (in ambito strategico-militare) descrive le influence operations come l’“applicazione coordinata, integrata e sincronizzata” di capacità diplomatiche, informative, militari, economiche e altre (in pace, crisi e conflitto) per favorire atteggiamenti o comportamenti di un pubblico bersaglio in linea con gli obiettivi dell’attore che le conduce.
Nel contesto digitale, la NATO Strategic Communications Centre of Excellence usa il concetto di Information Influence Operations (IIO) definendole come un tentativo organizzato di ottenere un effetto su una audience, spesso attraverso comportamenti manipolativi e illegittimi, che sfruttano il libero processo di formazione dell’opinione “imitando” comportamenti legittimi per entrare nello spazio pubblico e influenzarlo.
Nella competizione, queste operazioni si distribuiscono su più livelli e canali, spesso combinati:
Il punto non è solo “diffondere falsità”: è orientare l’interpretazione di fatti veri, saturare lo spazio informativo, costruire sfiducia, rendere tutto ambiguo, polarizzare.
Ed è anche il motivo per cui—come ha sottolineato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone parlando di minacce ibride—non basta subire e rispondere in ritardo: l’Alleanza deve ragionare su un approccio più proattivo, “più aggressivo o proattivo, piuttosto che reattivo”.
(Tradotto sul piano informativo: non puoi limitarti a smentire; devi costruire resilienza, prevenire, attribuire, neutralizzare.)
Qui emerge l’asimmetria strategica: le democrazie sono più esposte perché la loro forza—pluralismo, libertà di espressione, competizione politica—è anche una superficie d’attacco.
Un manuale svedese dedicato al contrasto delle information influence activities lo dice in modo netto: il libero dibattito e la libertà di espressione sono pilastri della democrazia anche se complicano la difesa contro queste operazioni.
In una società aperta:
Al contrario, sistemi autoritari come quelli russo e cinese possono ridurre l’esposizione interna con controllo verticale dello spazio informativo (censura, repressione, piattaforme controllate, narrazioni imposte). Non è solo una questione culturale: è anche infrastrutturale. La riflessione italiana sul Cognitive Warfare evidenzia la dimensione di “reciprocità” asimmetrica: alcuni competitors possono agire nelle reti globali e, al tempo stesso, negare la possibilità di risposta attraverso reti sovrane interne (citando esplicitamente la rete cinese e il tentativo russo di RuNet).
E infatti, rapporti indipendenti descrivono condizioni di libertà online estremamente degradate in Cina, con controllo e repressione sistematici.
Il risultato è uno squilibrio: l’Occidente è “permeabile” per natura, mentre gli avversari possono essere permeabili verso l’esterno (per influenzare) e impermeabili verso l’interno (per proteggersi).
Il nodo politico è delicato: come difendersi senza snaturare i valori democratici? La risposta più solida non è la censura “simmetrica”, ma una strategia multilivello: whole of society, come indicato anche nella riflessione italiana sul Cognitive Warfare, che parla della necessità di consapevolezza diffusa e risposta corale, non limitata a un singolo dicastero.
In pratica, significa almeno cinque cose:
In tempi di “pseudo pace”, la minaccia più efficace non è quella che distrugge ponti o depositi: è quella che sposta la percezione, rende impossibile distinguere il vero dal verosimile, trasforma il dissenso fisiologico in odio strutturale. Le Operazioni di Influenza sono il linguaggio quotidiano della competizione tra potenze, e il fronte più delicato—perché passa attraverso ciò che siamo: società aperte, libere, plurali.
Proprio per questo, la risposta non può essere solo tecnica. Deve essere politica e culturale: difendere la libertà significa anche difendere le condizioni cognitive e informative che la rendono possibile.
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