C’è una scena che si ripete, puntuale, ogni volta che il mondo torna a scricchiolare: mappe sullo schermo, frecce rosse e blu, parole solenni (“dottrina”, “deterrenza”, “linee rosse”) e opinionisti che pontificano come se avessero dormito in trincea. Poi, se gratti via la patina, scopri che molti di quei “guru” non hanno mai indossato una divisa, non hanno mai visto come si decide sotto pressione, non hanno mai avuto responsabilità operative. Eppure spiegano ai militari cosa avrebbero dovuto fare, e alla politica cosa “deve” fare, con la sicurezza di chi non paga mai il conto delle proprie certezze.
Il Generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, ha messo il dito nella piaga: mentre la scena mediatica veniva occupata da “esperti improvvisati” e da nuovi profeti della sicurezza, il mondo della Difesa – sostiene – avrebbe lasciato fare senza una reazione adeguata. È una denuncia scomoda, ma utile: perché non parla solo di talk show, parla di un vuoto culturale che in Italia esiste da anni e che, quando si apre una crisi, viene riempito da chi urla più forte.
La miccia, stavolta, è stata universitaria. La vicenda nasce dal racconto – diventato pubblico – di un corso richiesto per un gruppo di ufficiali e cadetti e negato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna. La polemica è diventata nazionale: accuse, reazioni politiche, proteste e contro-proteste. Alla fine, la soluzione operativa è arrivata: il percorso verrà realizzato a Modena, dentro l’area di studi collegata alle Scienze strategiche.
Qui si può stare da una parte o dall’altra, discutere se Bologna abbia sbagliato o se sia stata trascinata in una battaglia simbolica. Ma il punto che resta è più grande: appena si pronunciano le parole “militari” e “università”, in Italia scatta un riflesso pavloviano. Da un lato chi grida alla “militarizzazione” come se fosse un contagio; dall’altro chi risponde con indignazione a prescindere, come se ogni cautela fosse tradimento.
E nel mezzo, a fare audience, tornano loro: i dilettanti allo sbaraglio.
Mettiamola subito in chiaro: non è vero che senza divisa non si può parlare di guerra, di strategia, di sicurezza. Esistono studiosi serissimi, diplomatici, analisti, tecnici, operatori umanitari, giornalisti di guerra: competenze reali, spesso più aggiornate di quelle di chi ha solo “il curriculum” in bella mostra.
Il problema non è il civile. Il problema è l’improvvisazione mascherata da autorità.
Il militare (quello vero) conosce una cosa che in TV è rarissima: la differenza tra opinione e valutazione. La valutazione ha fonti, ipotesi, margini di errore, conseguenze. L’opinione è una frase ben confezionata, pronta per essere rilanciata. E quando la seconda si traveste da prima, succede il disastro: si semplificano conflitti complessi, si trasformano scelte tragiche in quiz a risposta multipla, si confonde la propaganda con l’analisi.
Il risultato? Un pubblico che si abitua a “capire tutto” in tre minuti. E una politica che, se non ha una sua cultura della Difesa, finisce per rincorrere la narrazione dominante del giorno.
Tricarico ha usato parole pesanti su Bologna, arrivando a paragonarla a un “Soviet”. Si può non condividere quel linguaggio (anzi, spesso non aiuta). Ma sarebbe comodo fermarsi allo scontro verbale e ignorare il nodo: lui parla di una “radicata incultura della Difesa” nel Paese, a partire dal livello politico-istituzionale.
E qui non c’è metafora che tenga: basta osservare quanto spazio lasciamo all’improvvisazione quando si parla di eserciti, missioni, deterrenza, spesa militare, tecnologie “dual use”, etica e sicurezza.
Paradossalmente, proprio l’esito della vicenda – lo spostamento del percorso formativo su Modena – indica una strada sensata: formazione, contaminazione, strumenti culturali. La cultura della Difesa, in una democrazia, non è “militarizzare” la società: è renderla adulta.
Il danno non è solo la singola sciocchezza detta in diretta. È l’abitudine collettiva a ragionare male:
E quando l’analisi diventa intrattenimento, la democrazia perde un pezzo: perché il controllo pubblico sulle scelte di Difesa (che è sacrosanto) richiede informazioni solide, non teatrini.
Se vogliamo ridurre il mercato degli improvvisati, servono anticorpi. Alcuni sono semplici, quasi banali:
È una questione di maturità del Paese.
Un Paese con cultura della Difesa non è un Paese bellicista: è un Paese che sa distinguere l’analisi dalla posa, la competenza dalla vanità, il dibattito dal tifo. È un Paese dove l’università non teme il confronto con le istituzioni e dove le istituzioni accettano il confronto senza pretendere reverenza.
E soprattutto è un Paese che non si fa raccontare la guerra da chi la conosce solo per sentito dire, ma pretende – da chiunque parli – rigore, umiltà, responsabilità.
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