Intervista esclusiva all'Incursore Luca Fois: dalle Forze Speciali alla conquista delle Dolomiti
Da Paracadutista della Folgore a Incursore delle Forze Speciali, fino a un progetto estremo: le 86 cime oltre i 3000 metri delle Dolomiti in 86 giorni. La storia del Sergente Maggiore Paracadutista Incursore (in congedo) Luca Fois è un filo teso tra evoluzione professionale e ricerca dei propri limiti.
Ecco un breve estratto dell’intervista realizzata da DifesaNews.com, in collaborazione con BrigataFolgore.net, per il podcast “Debriefing Talks – Storie di Soldati”, che potete ascoltare integralmente su YouTube e Spotify. Fois racconta cosa lo ha spinto a “alzare l’asticella” nella sua vita militare, come sono cambiati reparti e tecnologie, perché oggi servono testa e studio quanto muscoli, e perché la parola che riassume tutto è: irripetibile.
Fois. «All’inizio c’era un’idea romantica: viaggiare, stare all’aperto, fare il Paracadutista. Avevo amici che avevano servito in Somalia nella Folgore e i loro racconti mi hanno acceso la curiosità. Entrato, ho scoperto che potevo professionalizzarmi di continuo: come uno chef che parte da aiuto-cuoco e poi cerca ingredienti e corsi sempre più complessi. La passione ti spinge naturalmente un gradino più su.»
F. «“Più duri” è opinabile. Diciamo i più selettivi: statistiche alla mano quelli con più defezioni e non idonei. La durezza è personale; la difficoltà d’accesso è nei numeri.»
F. «Materiali e tecnologia hanno avuto un’accelerazione impressionante: visori, termiche, sensori, poi droni e contromisure. L’Italia, specie sui reparti di forze speciali, è in linea con gli alleati: testiamo e introduciamo in servizio le ultime innovazioni. Siamo una grande organizzazione: il resto dell’Esercito segue (con tempi suoi), ma è al passo.»
F. «La tecnologia evolve, non si torna indietro, ma resterà uomo-centrico. Automazione e autonomia cresceranno; però il campo, alla fine, riduce tutto all’essenziale: decisione, responsabilità, presenza.»
F. «Parlo per esperienza e per i numeri che mi arrivano da amici impegnati in Ucraina come supporto medico . In Afghanistan, in uno scenario prevalentemente asimmetrico, la catena MEDEVAC era robusta. In condizioni normali, entro 60 minuti eri in Role 2 con assistenza avanzata. Non è solo efficienza: è psicologia operativa. Combatti sapendo che, se salti su un IED o prendi fuoco nemico, in un’ora trovi chirurgo, anestesista, sangue, tutto.
In Ucraina è diverso: guerra prevalentemente simmetrica, fronti continui, artiglieria, droni, linee logistiche stressate, trincee e retrovie su più livelli. È diventato molto più complesso. Spesso prima di vedere un medic passano ore — anche sei o più. La tecnologia è avanzata (sensori, termiche, droni, contromisure), ma su copertura logistica e tempestività medica abbiamo fatto un passo indietro. È duro dirlo, ma il campo di battaglia lì è un film dell’orrore: mi auguro che l’Italia non debba mai vederlo.»
F. «Arrivare consapevoli. Il lavoro oggi è meno “cinetico” e molto più formativo. Servono topografia, trigonometria, fisica, chimica, matematica applicata. Bisogna studiare. L’operatore di forze speciali non è lo Schwarzenegger di Commando: è un elemento ibrido capace di studiare e di fare, con equilibrio tra mente e corpo.»
F. «Per accedere al 185º RAO ho fatto uno dei primi OBOS aperti alla truppa esterna al 9º. L’80/B degli anni ’90 era più fisico; l’OBOS di oggi è stato “ottimizzato” e richiede più tenuta mentale. Cambiano gli uomini, si aggiorna la selezione.»
F. «Serve un patto formativo: anni buoni alla Forza Armata in parallelo a un percorso di studi (lauree/qualifiche spendibili fuori). Poi una filiera di reimpiego con aziende pubbliche e private. Il vantaggio è per tutti: Forza Armata, imprese, società.»
F. «Non i miei infortuni, ma quelli degli altri. In un distaccamento da 10–12 persone sei una famiglia: infortuni gravi o lutti colpiscono come a casa. E il senso di colpa è un rischio reale.»
F. «Volevo dimostrare che sappiamo fare bene anche fuori dal mestiere d’armi. Ho messo su un team: un piccolo “distaccamento” (logistica, materiali, alimentazione). 60 cime completate: meteo durissimo (18 giorni persi su 53), partenze tardive (alcune cime richiedono condizioni invernali). Potevamo arrivare forse a 70, ma ci siamo guardati in faccia e abbiamo chiuso. Troppo rischioso. Non lo rifarei: alcune cime sono pericolose e poco “protette”.»
F. «Altri progetti, bici e nuoto nel medio termine. L’obiettivo non è “battere qualcuno”, ma mostrare che a 40 anni—con disciplina—puoi performare in sport diversi. Nuovi record? Sì, ma cercando qualcosa che non ha ancora fatto nessuno.»
F. «Per restare uniti. Un progetto più di amicizia che di business: da una base London Dry nascono tre prodotti (“Ardente”, “Audace”, “Amante”) con lavorazioni diverse. È il nostro pretesto per sentirci e rimanere squadra.»
F. «Irripetibile. Ho avuto infortuni, colpi di fortuna, compagni straordinari. Si sono allineati tanti pianeti. Difficile ripetersi. Oggi valuto di più i rischi: ho famiglia. Ho fatto 60 cime. Alcune erano davvero “50-50”.»
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Fotografie per gentile concessione di Luca Fois
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