Il Generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi in pensione, interviene sul tema della sicurezza informatica aprendo a una lettura non convenzionale delle contromisure digitali. In un’intervista al Corriere della Sera, interpellato sulle recenti affermazioni dell’Ammiraglio Cavo Dragone, l’alto ufficiale afferma che l’impiego di un virus contro la fonte identificata di un attacco informatico può rientrare nella legittima difesa, purché sia accertata l’origine dell’offensiva.
Secondo Camporini, il volume e la natura degli attacchi cibernetici rivolti verso istituzioni, infrastrutture critiche e aziende continuano a crescere. L’ufficiale evidenzia che una parte rilevante di queste aggressioni proverrebbe da attori riconducibili all’area russa, pur ricordando come l’attribuzione certa di un cyberattacco resti complessa per natura tecnica e per dinamiche di copertura.
La difesa cibernetica finora si è concentrata su strumenti passivi, firewall, sistemi di filtraggio, protezioni avanzate, ma, osserva Camporini, l’evoluzione dello scenario internazionale impone di valutare risposte più incisive.
Il generale richiama l’attenzione sul fatto che la distinzione tra attacco e difesa, nel dominio digitale, è sempre più sottile. Una reazione che impiega un malware, sostiene, può essere interpretata come una misura difensiva volta a neutralizzare la fonte dell’aggressione, non come un atto ostile fine a sé stesso.
Il tema si inserisce nel più ampio contesto della guerra ibrida, in cui strumenti informatici, propaganda e operazioni clandestine si intrecciano. Anche in ambito NATO, osserva Camporini, si sta discutendo la possibilità di adottare strumenti di difesa attiva capaci di limitare o interrompere a monte un’aggressione digitale.
La posizione solleva questioni rilevanti. Il ricorso a un virus come risposta solleva interrogativi sul quadro normativo internazionale, sulla proporzionalità dell’azione e sul rischio di colpire sistemi terzi o infrastrutture civili. Resta centrale il problema dell’attribuzione: solo un’identificazione inequivocabile dell’origine dell’attacco può giustificare un intervento attivo.
Sono inoltre evidenziati i rischi di un’eventuale escalation digitale, in cui attori statuali e non statuali potrebbero rispondere con ulteriori offensive, ampliando il conflitto.
Le dichiarazioni di Camporini si inseriscono in un contesto in cui governi e alleanze militari sono chiamati a definire nuove dottrine di cyber-difesa, in grado di adattarsi a minacce in continua evoluzione. La possibilità di considerare un’azione informatica “attiva” come parte della difesa rappresenta una svolta concettuale destinata a pesare sulle future strategie di sicurezza.
Secondo Camporini, la protezione degli Stati e delle loro infrastrutture non potrà più limitarsi alla mera resistenza passiva agli attacchi, ma dovrà includere strumenti capaci di prevenire, interrompere e neutralizzare la minaccia alla fonte.
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