L’esigenza di garantire assistenza spirituale ai soldati nasce con gli eserciti stessi. Fin dall’epoca dell’imperatore Costantino, quando il Cristianesimo divenne religione riconosciuta dell’Impero, si avvertì la necessità di accompagnare i militari non solo sul piano materiale ma anche morale e religioso.
Nel corso dei secoli questa esigenza si strutturò sempre più chiaramente, fino a trovare una forma stabile nel periodo carolingio (VIII-IX secolo), quando divenne consuetudine la presenza di sacerdoti al seguito delle truppe, organizzati sotto un responsabile noto come Cappellano Maggiore o Vicario Castrense.
Tale organizzazione divenne sempre più indipendente dai Vescovi locali (in Spagna dal 1571, in Austria dal 1720, in Piemonte nel 1733).
La progressiva autonomia del clero militare dai vescovi territoriali segnò la nascita di una vera e propria struttura ecclesiastica dedicata al mondo militare.
Negli Stati italiani preunitari, l’assistenza spirituale ai militari era tutt’altro che occasionale: faceva parte dell’ordinamento castrense e rispondeva a un’esigenza concreta, legata alla mobilità delle truppe e alla vita lontana dalle parrocchie territoriali.
Nel Ducato di Parma e Piacenza, già dal 1816, i reggimenti di linea disponevano di un cappellano inquadrato con status assimilabile a quello di un ufficiale subalterno. Nel Granducato di Toscana, nel 1839, risultavano in servizio più cappellani stabilmente assegnati ai reparti. Nello Stato Pontificio, Pio IX formalizzò la figura del vertice religioso militare istituendo nel 1850 l’ufficio di Cappellano Maggiore.
Particolarmente strutturato era il sistema del Regno delle Due Sicilie: fino al 1861 i cappellani venivano nominati direttamente dal sovrano e il Cappellano Maggiore esercitava una giurisdizione quasi episcopale, segno di una presenza religiosa considerata parte integrante della disciplina e della coesione morale delle forze armate.
Quando il processo unitario portò alla nascita del Regno d’Italia, questa tradizione confluì nel nuovo apparato militare: nel 1865 l’organico del clero castrense contava già 189 cappellani, inseriti stabilmente nell’organizzazione dell’Esercito.
Con la presa di Roma nel 1870 e il conseguente deterioramento dei rapporti tra Stato e Chiesa, il servizio di assistenza spirituale subì un drastico ridimensionamento.
Nel 1878 i cappellani furono quasi completamente eliminati dall’organico militare.
Durante le campagne coloniali e la guerra di Libia, l’assistenza religiosa venne garantita solo grazie all’opera volontaria di sacerdoti diocesani e missionari, in assenza di un riconoscimento ufficiale.
L’imminenza della Grande Guerra rese evidente l’impossibilità di continuare senza assistenza spirituale organizzata. Il 12 aprile 1915, il generale Luigi Cadorna firmò la circolare che ripristinava ufficialmente i cappellani militari.
Il 1° giugno 1915, la Santa Sede nominò Monsignor Angelo Bartolomasi quale primo Vescovo Castrense, conferendogli la guida del servizio religioso per le Forze Armate italiane.
Durante il conflitto:
I cappellani condivisero la vita delle trincee, prestarono soccorso ai feriti, assistettero i morenti, confortarono i soldati e le popolazioni civili. La loro opera rappresentò una delle espressioni più alte di umanità in un conflitto disumano.
Dopo il conflitto, nel 1922, il servizio fu nuovamente ridimensionato. Tuttavia, nel 1925, grazie a un accordo tra Stato italiano e Santa Sede, venne finalmente istituito l’Ordinariato Militare per l’Italia, con decreto della Sacra Congregazione Concistoriale.
Il riconoscimento giuridico arrivò nel 1926, mentre il Concordato del 1929 sancì definitivamente la presenza della Chiesa nelle Forze Armate.
Nel 1936 vennero stabiliti:
Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, l’Ordinariato non era ancora pienamente strutturato, ma con il procedere della guerra i cappellani furono inviati su tutti i fronti: Africa, Balcani, Russia, Mediterraneo.
Molti morirono in servizio, altri furono fatti prigionieri insieme ai reparti. Le loro azioni furono contraddistinte da assistenza ai feriti, conforto morale e straordinaria dedizione.
Dopo l’8 settembre 1943, l’Ordinariato visse una fase drammatica. Monsignor Bartolomasi rifiutò di schierarsi politicamente, mantenendo una posizione di neutralità pastorale. Ordinò ai cappellani di continuare l’assistenza sia ai militari del Regno del Sud sia a quelli della Repubblica Sociale Italiana, ponendo al centro la persona e non l’ideologia.
Nel secondo dopoguerra l’Ordinariato fu progressivamente riorganizzato.
Le leggi del 1955 e del 1961 stabilirono che:
“Il servizio di assistenza spirituale alle Forze Armate è parte integrante della formazione morale del militare.”
Nel 1984 il nuovo Concordato confermò la presenza dei cappellani, mentre nel 1986 San Giovanni Paolo II promulgò la Costituzione Apostolica Spirituali Militum Curae, che trasformò i Vicariati Castrensi in Ordinariati Militari, assimilati a diocesi.
L’Ordinariato Militare per l’Italia è una circoscrizione ecclesiastica personale, assimilata a una diocesi e retta da un Ordinario nominato dal Papa. La sua giurisdizione è personale, ordinaria e propria ma cumulativa con quella dei vescovi diocesani.
All’Ordinariato Militare per l’Italia appartengono, per disposizione canonica e in forza degli accordi con lo Stato, tutti coloro che rientrano stabilmente o temporaneamente nell’ordinamento militare e nelle strutture ad esso collegate. In primo luogo, quindi, i militari in servizio, sia continuativo sia temporaneo, e gli allievi delle Accademie, delle Scuole e degli Istituti di formazione.
Rientrano nella sua giurisdizione anche i militari cattolici di altre nazionalità operanti in Italia, quando manchi il loro cappellano, e il personale civile dipendente dall’Amministrazione militare, spesso parte integrante della quotidianità delle unità e degli enti.
L’assistenza pastorale dell’Ordinariato si estende inoltre al mondo che gravita attorno alla vita del militare: i familiari dei militari in servizio continuativo e del personale civile, insieme a parenti, conviventi e persone di servizio, purché residenti nella stessa casa. È un aspetto importante, perché riconosce che la dimensione militare non è solo operativa, ma anche familiare e sociale.
Appartengono poi all’Ordinariato anche quei fedeli, sacerdoti, religiosi e laici, che svolgono in modo permanente un servizio loro affidato dall’Ordinario: tra essi, i sacerdoti collaboratori, le religiose impegnate negli ospedali militari e i membri dell’Associazione per l’Assistenza Spirituale alle Forze Armate.
A completare il quadro, vi rientrano anche il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana e il Corpo delle Infermiere Volontarie, realtà storicamente legate al servizio, alla cura e all’umanità nei contesti più difficili.
Infine, in base alle disposizioni statutarie, appartengono all’Ordinariato anche coloro che prestano servizio nell’ambito del Palazzo del Quirinale e delle residenze della dotazione del Capo dello Stato: un dettaglio che, più di molti altri, restituisce il senso istituzionale e la continuità storica di questa presenza pastorale.
Dal 10 aprile 2025, l’Ordinario Militare per l’Italia è S.E. Mons. Gian Franco Saba, arcivescovo, già pastore della diocesi di Sassari.
I cappellani sono assimilati ai gradi militari per ragioni funzionali:
Non esercitano comando armato, ma svolgono un ruolo morale, spirituale ed educativo.
Tra le figure più luminose della storia del cappellanato militare spiccano sacerdoti che, nel servizio ai soldati, hanno testimoniato fino in fondo i valori della fede, della carità e del sacrificio. Alcuni di essi, per la forza della loro testimonianza, sono stati riconosciuti dalla Chiesa come Beati e Santi, diventando esempi universali di dedizione all’uomo anche nei contesti più duri della guerra.
Carlo Gnocchi (1902–1956). Sacerdote ambrosiano, fu cappellano degli Alpini durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare nella tragica campagna di Russia. Condivise le marce, il gelo e le sofferenze dei soldati, assistendo i feriti e i morenti durante la ritirata del Don. Tornato in Italia profondamente segnato da quell’esperienza, dedicò tutta la vita ai mutilatini e ai bambini vittime della guerra, fondando l’Opera Pro Juventute. È ricordato come il “prete degli ultimi” e beatificato nel 2009 per la sua straordinaria opera di carità.
Secondo Pollo (1908–1941). Anche lui cappellano degli Alpini nella Seconda Guerra Mondiale, morì a 33 anni a Dragali, in Montenegro, il 26 dicembre 1941. Nonostante la salute fragile, chiese di restare accanto ai soldati sul campo, condividendone fatiche e pericoli. Fu colpito a morte mentre soccorreva un ferito sotto il fuoco, incarnando in modo esemplare la missione del cappellano: presenza, conforto e servizio fino al sacrificio. È stato beatificato nel 1998.
Daniele Brottier (1876 – 1936), Cappellano militare francese nella Prima Guerra Mondiale, poi grande missionario e fondatore dell’opera degli Orfani di Auteuil. Sacerdote francese, fu cappellano militare durante la Prima Guerra Mondiale. Operò al fronte distinguendosi per il sostegno morale ai soldati e per l’assistenza ai feriti sotto i bombardamenti. Dopo la guerra si dedicò agli orfani, fondando e sviluppando l’opera degli Orfani di Auteuil, ancora oggi attiva. La sua vita unì spirito missionario, carità concreta e profonda attenzione alla dignità umana. È stato beatificato nel 1984.
San Giovanni XXIII. Allora Angelo Giuseppe Roncalli (1881 – 1963), futuro Papa della Chiesa cattolica (1958–1963), fu cappellano militare durante la Prima Guerra Mondiale. Prestò servizio dal 1915 come sergente di sanità e poi come cappellano, operando negli ospedali militari e assistendo i feriti e i soldati al fronte.
Quell’esperienza segnò profondamente la sua visione pastorale, improntata all’umanità, al dialogo e alla vicinanza alle persone, valori che avrebbe poi portato anche nel suo pontificato.
Come ricordava Papa Benedetto XVI, il cappellano militare è chiamato a porre la persona al centro della propria azione pastorale, accompagnando il militare nel suo cammino umano e spirituale, affinché anche nel servizio armato possa rimanere pienamente uomo, responsabile e consapevole delle proprie scelte.
Il cappellano non impugna armi. Non comanda. Non combatte.
Ma resta accanto all’uomo quando la coscienza vacilla, quando la paura domina, quando la vita è messa in discussione.
Ed è proprio per questo che, da secoli, continua a essere una figura insostituibile nelle Forze Armate.
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