Negli ultimi anni la Groenlandia (Kalaallit Nunaat) è passata dall’essere “periferia” a diventare uno snodo dell’Artico: rotte marittime più accessibili, competizione tecnologico-militare nello spazio e nei sensori, e un’attenzione crescente per minerali strategici. In questo contesto, le recenti dichiarazioni del presidente USA Donald Trump sull’idea di “prendere” o “annettere” la Groenlandia hanno riaperto una frattura diplomatica con Danimarca e Groenlandia, con reazioni molto dure da Copenhagen e Nuuk.
Dalla colonizzazione al “Regno” contemporaneo. La presenza europea moderna si consolida nel XVIII secolo quando, con l’autorizzazione del regno unito Danimarca-Norvegia, il missionario Hans Egede avvia nel 1721 un insediamento e attività commerciali vicino all’odierna Nuuk: è l’inizio dell’era coloniale danese in Groenlandia.
Il passaggio chiave del 1814. Con il Trattato di Kiel (1814) la Danimarca cede la Norvegia alla Svezia, ma trattiene i possedimenti nord-atlantici storicamente legati alla Norvegia (Groenlandia, Islanda e Fær Øer). Da lì, la Groenlandia resta nell’orbita di Copenhagen.
1953–2009: da colonia a autonomia ampia (ma non sovranità piena).
In sintesi: la Groenlandia è parte del Regno di Danimarca per continuità storica e giuridica (1814, 1953), ma oggi è anche una delle autonomie più estese al mondo, con un percorso istituzionale che tiene aperta—se lo decidesse la popolazione—la strada all’indipendenza.
Geografia strategica e “ritorno” della competizione tra grandi potenze hanno trasformato la Groenlandia in un pilastro del controllo del Nord Atlantico e dell’Artico; infatti non è solo “vicina” al Nord America, è anche un ponte verso l’Europa. Per Washington questo significa sorveglianza, deterrenza e capacità di risposta in uno scenario in cui Russia e Cina aumentano attenzione e attività nell’Artico.
Gli Stati Uniti sono già in Groenlandia da decenni grazie all’accordo di difesa USA-Danimarca del 1951, che disciplina aree e infrastrutture per la difesa dell’isola.
In questo quadro opera la base oggi chiamata Pituffik Space Base (ex Thule), formalmente rinominata nel 2023 e centrale per missioni spaziali e di allerta/monitoraggio.
Diplomazia e influenza: il consolato USA a Nuuk è stato riaperto nel 2020, segnale di un investimento politico stabile sulla relazione con Groenlandia e Regno di Danimarca.
Risorse, transizione energetica e minerali critici, la parte economica: la Groenlandia è percepita come potenziale fonte di materie prime strategiche (terre rare, grafite, ecc.), ma con vincoli politici, ambientali e infrastrutturali significativi. La vicenda di progetti come Kvanefjeld (dibattiti su uranio/terre rare e contenziosi) mostra quanto sia delicato trasformare “potenziale geologico” in filiere reali.
Il punto politico: Trump giustifica l’interesse USA con “sicurezza” e “risorse”; Danimarca e Groenlandia rispondono che il tema non è “chi possiede” l’isola ma come cooperare entro diritto internazionale e assetti già esistenti (NATO, accordi bilaterali, autogoverno groenlandese).
Qui “autorità” non significa militarizzare a ogni costo, ma rendere non credibile l’idea che la Groenlandia sia “terra contendibile” e, allo stesso tempo, ridurre le vulnerabilità (economiche, infrastrutturali, informative) che rendono più facile la pressione esterna.
Qui l’UE può essere decisiva perché ha già strumenti e un interesse industriale forte:
Obiettivo pratico: se la Groenlandia vede alternative reali (UE, paesi nordici, partner affidabili) per infrastrutture e diversificazione economica, diminuisce la tentazione di “giocare” con potenze esterne o di subire pressioni. Questa è anche una risposta indiretta alle dichiarazioni di Trump: meno dipendenza = meno ricattabilità.
Pechino non rivendica sovranità sulla Groenlandia, ma rivendica interessi nell’Artico: nel White Paper del 2018 la Cina si definisce “Near-Arctic State” e promuove una “Polar Silk Road” legata a rotte marittime e cooperazione economica.
Nella pratica, la Cina tende a cercare accesso tramite investimenti, ricerca, logistica e (quando possibile) settore estrattivo—ma oggi incontra barriere politiche e di sicurezza più alte rispetto a qualche anno fa.
Mosca vede l’Artico come area vitale per risorse, rotte (Northern Sea Route) e difesa, e interpreta la crescita di attenzione NATO come minaccia. Analisi e documenti sulla strategia artica russa mostrano l’enfasi su infrastrutture dual-use e sicurezza fino al 2035.
Sulla Groenlandia, il riflesso russo è: ogni spostamento di status o presenza militare nel Nord Atlantico cambia l’equilibrio. In parallelo, gli USA stessi segnalano una cooperazione Russia-Cina in Artico in aumento, che alimenta ulteriormente la spirale di “attenzione strategica” sull’isola.
Londra si è schierata pubblicamente sul principio che il futuro della Groenlandia non spetta ad altri (cioè: non agli USA in chiave annessionistica), allineandosi a Copenhagen.
Sul piano strategico, la cornice britannica è anche istituzionale: la policy artica del Regno Unito inquadra l’Artico come area di sicurezza, scienza e governance, e discute apertamente anche la dimensione “Polar Silk Road” cinese come fattore da monitorare.
La questione Groenlandia non è “vendita sì/vendita no” (che Copenhagen e Nuuk respingono), ma chi definisce le regole dell’Artico nel prossimo decennio: sicurezza, investimenti, standard ambientali, diritti delle comunità locali e accesso alle risorse. Se Danimarca e UE vogliono contare, devono rendere la loro presenza utile, stabile e rispettosa dell’autogoverno groenlandese—così da disinnescare sia le pressioni americane in chiave proprietaria, sia le strategie più indirette di Cina e Russia.
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