I caccia Eurofighter dell’Aeronautica Militare si confermano assetti di primo piano, impiegati su più fronti per contribuire alla sicurezza e alla stabilità internazionale. Dalle missioni di pattugliamento dello spazio aereo della Lituania agli scenari del Medio Oriente, la presenza italiana testimonia un impegno costante e articolato.
A fare il punto sulla situazione e ad analizzare i rischi connessi alle operazioni internazionali è il Generale di Corpo d'Armata Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, in un’intervista al Corriere della Sera nella quale chiarisce le ragioni strategiche della presenza italiana nell’area del Golfo e le misure adottate per proteggere il personale militare.
Il deterioramento del quadro mediorientale
A partire da febbraio 2026, la stabilità dell’area mediorientale ha subito un rapido deterioramento. L’escalation, caratterizzata da attacchi con missili balistici e droni da parte dell’Iran e dei gruppi armati alleati (proxy), ha imposto una riorganizzazione dei contingenti italiani presenti nella regione.
I militari operavano nell’ambito di missioni internazionali già consolidate, come la NATO Mission Iraq, la missione Aspides dell’Unione Europea nel Mar Rosso e l’operazione Inherent Resolve, a guida statunitense.
Di fronte al crescente livello di minaccia, la Difesa ha adottato tempestive misure precauzionali. La priorità è stata la messa in sicurezza della Task Force Air di Ali Al Salem, in Kuwait. La base, che ospitava anche assetti statunitensi, risultava tra le più esposte agli attacchi.
Il generale Portolano si è recato personalmente sul posto il 19 marzo, durante una fase particolarmente intensa degli attacchi, per verificare la situazione operativa e le misure di protezione adottate. Si è proceduto al rimpatrio del personale non essenziale, al ricovero dei militari in strutture bunkerizzate e al diradamento tattico degli aeromobili sul terreno.
La gestione dei rischi e il rischieramento a Ta’if
Nonostante l’efficacia delle misure di protezione, che hanno consentito di evitare perdite umane, a differenza di quanto accaduto ad altri contingenti alleati, la violenza degli attacchi ha provocato la distruzione di un velivolo a pilotaggio remoto MQ-9 dell’Aeronautica Militare.
Rispondendo alle polemiche apparse sulla stampa riguardo a presunte sottovalutazioni dei pericoli, il Capo di Stato Maggiore della Difesa ha richiamato un principio fondamentale delle operazioni militari: «Nelle operazioni militari la garanzia del "rischio zero" non esiste».
La necessità di garantire la continuità operativa, assicurando al tempo stesso la massima tutela del personale, ha portato al trasferimento degli assetti dalla base kuwaitiana a quella di Al Ta’if, in Arabia Saudita.
Una decisione sostenuta dalla risoluzione parlamentare del 5 marzo 2026 e confermata con le successive proroghe estive. Il mandato conferito dal Parlamento al Governo prevedeva infatti il dispiegamento di sistemi di difesa aerea e sorveglianza per la tutela dei cittadini, il supporto ai Paesi partner e la salvaguardia delle infrastrutture energetiche e degli interessi strategici nazionali.
Portolano ha precisato che non si è trattato di una «nuova missione», bensì di un rischieramento tecnico all’interno di un quadro operativo già esistente.
La base di Al Ta’if è stata individuata per la disponibilità di infrastrutture protette, sistemi di difesa aerea multistrato, capaci di contrastare minacce missilistiche e droni, e per la sua posizione geografica nella parte occidentale dell’Arabia Saudita, considerata fino a quel momento meno esposta agli attacchi.
L’evoluzione della minaccia e il danneggiamento dell’Eurofighter
Nel mese di settembre, tuttavia, lo scenario si è nuovamente modificato con l’intensificarsi delle azioni degli Houthi dallo Yemen, che hanno iniziato a colpire anche strutture militari in Arabia Saudita. Tra gli obiettivi degli attacchi è rientrata la base di Al Ta’if.
Le procedure di sicurezza italiane sono state attivate immediatamente, con il ricovero del personale nei bunker e un ulteriore distanziamento degli aeromobili.
Nonostante le misure adottate, un drone è riuscito a superare le difese della base, danneggiando un Eurofighter italiano.
«Anche un sistema all’avanguardia come l’Iron Dome israeliano si dimostra talvolta vulnerabile a questo tipo di minacce», ha spiegato Portolano, evidenziando come anche le difese aeree più avanzate non possano garantire una protezione assoluta.
Il generale ha inoltre sottolineato che gli assetti italiani non sono stati direttamente presi di mira dalle azioni ostili, pur rimanendo esposti alle conseguenze degli attacchi contro le infrastrutture militari che li ospitano.
La priorità assoluta: la sicurezza del personale
Nelle sue considerazioni conclusive, il Generale Portolano ha ribadito un principio fondamentale del comando militare in contesti ad alto rischio: ogni operazione comporta inevitabilmente una quota di pericolo, ma la priorità di qualsiasi comandante resta quella di riportare a casa in sicurezza le donne e gli uomini affidati alla propria responsabilità.
Le misure di mitigazione del rischio, il diradamento degli assetti e il ricovero del personale in strutture protette hanno consentito di limitare le conseguenze degli attacchi. Senza questi provvedimenti, i danni materiali e, soprattutto, il rischio di perdite umane avrebbero potuto essere ben più gravi.
La presenza militare italiana nel Golfo continua dunque a rispondere a esigenze di sicurezza regionale, sostegno ai Paesi partner e tutela degli interessi strategici nazionali, in uno scenario nel quale l’evoluzione delle minacce richiede un costante aggiornamento delle misure di protezione.
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