Il cognitive warfare non è una teoria astratta né una moda da convegni: è la normalità del nostro ecosistema informativo. È “guerra” perché punta al bersaglio più sensibile, la percezione, e lo fa con mezzi apparentemente innocui: frasi, immagini, insinuazioni, mezze verità, indignazioni selettive. Ne abbiamo ampiamente parlato in questo articolo.
In politica funziona meglio che altrove, perché la politica vive di consenso e il consenso vive di narrazioni.
Il punto cruciale è questo: chi ricopre cariche istituzionali ha il dovere di mantenere relazioni internazionali stabili, anche quando l’alleato dice o fa qualcosa che irrita l’opinione pubblica. E proprio quel dovere diventa una vulnerabilità perfetta: l’avversario interno può trasformarlo in “sudditanza”, “tradimento”, “mancanza di patriottismo”. È un meccanismo potente perché costringe l’istituzione in un vicolo stretto: se risponde, rischia un incidente diplomatico; se tace, sembra complice.
In queste ore lo si vede chiaramente sulle dichiarazioni del presidente Donald Trump. Da un lato, l’affondo sugli alleati NATO e sull’Afghanistan, in un’intervista in cui ha sostenuto che i partner “sono stati un po’ indietro, un po’ lontani dalla linea del fronte”.
Dall’altro, l’uscita secondo cui gli Stati Uniti “non hanno mai chiesto niente” agli altri Paesi NATO (connessa, in quel passaggio, anche alla pressione su Groenlandia e rapporti con la Danimarca).
Non è solo polemica: è un frame. Il frame è “noi abbiamo pagato, gli altri hanno approfittato”. È semplice, emotivo, memorizzabile. Ed è perfetto per innescare reazioni a catena, perché tocca nervi scoperti: orgoglio nazionale, lutto, sacrificio, onore militare.
Qui entra in scena il livello “cognitive warfare” interno. L’Opposizione ha attaccato Giorgia Meloni chiedendole di prendere le distanze dalle parole di Trump e accusandola di “sudditanza”, richiamando i caduti e le missioni (Afghanistan, Iraq/Nassiriya, Balcani, Libano, Africa).
Nel merito, il richiamo al prezzo pagato dall’Italia non è propaganda: l’Italia ha avuto 54 caduti in Afghanistan, dato ricordato anche in passato da fonti istituzionali e di stampa.
Ma il punto del cognitive warfare è come quel dato viene messo in scena nel conflitto politico: il sacrificio diventa una leva per forzare una scelta binaria (“o stai con l’onore dei nostri militari o stai con Trump”). La complessità delle relazioni internazionali — che richiede tempi, canali, linguaggi — viene compressa in un giudizio morale immediato.
E qui la trappola si chiude: chi governa deve tenere il punto con un alleato strategico; chi attacca può presentarsi come unico difensore della dignità nazionale, sapendo che la controparte non può “alzare i toni” senza costi esterni.
La stessa dinamica si replica a Londra. Il premier Keir Starmer ha definito le parole di Trump “insulting” e “appalling”, ricordando il tributo di sangue britannico (457 militari uccisi).
E, fatto raro, è intervenuto anche il principe Harry con uno statement durissimo: ha ricordato che nel 2001 la NATO invocò l’Articolo 5 (prima e unica volta) e che da lì nacque l’obbligo politico-militare di affiancare gli USA in Afghanistan; poi ha riportato la dimensione umana (“ho perso amici”, “il Regno Unito ha avuto 457 morti”).
Qui il cognitive warfare mostra un’altra faccia: quando il messaggio iniziale è abbastanza abrasivo, costringe figure pubbliche normalmente caute (un capo di governo, un membro della famiglia reale) a esporsi. Anche questo è un risultato: spostare l’agenda, polarizzare, ottenere dichiarazioni “da prima pagina” che alimentano un nuovo ciclo emotivo.
Questa vicenda contiene quasi tutti gli ingredienti tipici:
Se il cognitive warfare vive di scorciatoie emotive, la difesa è noiosa ma efficace:
Il cognitive warfare è ovunque perché ovunque c’è attenzione da conquistare. Ma in politica è più pericoloso: perché non si limita a farci litigare sui social — può piegare decisioni reali, alleanze reali, e perfino il modo in cui ricordiamo chi non c’è più.
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