Nel lessico militare, “assetti pregiati” significa capacità rare, costose e decisive: reparti d’élite, piattaforme dedicate, sensori, comunicazioni protette, e quegli “enablers” (abilitanti) che trasformano un’azione tattica in un effetto strategico. È esattamente su questo terreno che si colloca la revisione del comparto Forze Speciali avviata dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano: un disegno che punta a rendere il COFS – nella sua evoluzione verso un “nuovo Comando Forze Speciali” – il perno preminente della catena di comando e controllo quando in gioco ci sono interessi strategici nazionali e operazioni ad alta sensibilità.
Il COFS nasce nel 2004 come comando interforze dedicato alle operazioni speciali, posto alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, con competenza sulle operazioni condotte dalle Forze Speciali delle quattro Forze Armate (e, per le esigenze della Difesa, anche sul GIS dei Carabinieri).
Nel 2021, la Difesa italiana riorganizza la propria architettura operativa con la nascita del COVI, erede del COI, pensato per la condotta delle operazioni in un’ottica “multi-dominio” (terra, mare, cielo, spazio e cyber) e come interlocutore unico e privilegiato per pianificazione e condotta. In quel quadro, il COFS risulta incardinato nella catena che fa capo al COVI.
Il punto, però, è che gli scenari degli ultimi anni – dronizzazione diffusa, saturazione dei sensori, guerra informativa e “competizione sotto soglia” – hanno aumentato il valore politico-strategico delle operazioni speciali. Portolano, in un’intervista a RID, insiste su un concetto chiave: le Forze Speciali non sono “fanteria d’élite” da impiegare in massa, ma uno strumento chirurgico che, se ben integrato con tecnologia e intelligence, può generare effetti strategici con numeri ridotti.
Il cuore della riforma sta nella governance: Portolano dichiara di aver avviato, su indicazione e sotto la supervisione del Ministro della Difesa Guido Crosetto, un “processo d’urgenza di revisione del Comparto Forze Speciali” con un obiettivo triplice: ridurre i tempi di approntamento, accelerare l’adozione tecnologica e affinare i modelli d’impiego a tutela degli interessi nazionali.
Nel breve termine, la riforma prevede “misure di prontezza” che includono:
Tradotto: quando la posta in gioco è strategica, il COFS (nella sua evoluzione) diventerebbe la cabina di regia “più alta” e più rapida per impiegare e coordinare gli assetti più sensibili, riducendo passaggi e tempi decisionali.
La seconda gamba della riforma è ancora più concreta: nel medio periodo, il comparto Forze Speciali dovrebbe poter contare su abilitanti operativi e logistici “direttamente funzionali” alle operazioni speciali, citati esplicitamente da Portolano:
Qui si gioca la “preminenza” nel comando e controllo: non solo coordinare gli incursori, ma avere una disponibilità più diretta (e una pianificazione unificata) sugli abilitanti che rendono possibile l’operazione speciale moderna, soprattutto in ambienti contestati e multi-dominio.
Portolano lega la riforma a tre promesse operative.
1) Rapidità di proiezione. L’idea è passare “dall’individuazione di un’esigenza strategica alla proiezione di forze altamente specializzate in poche ore”, grazie a una catena corta e a sistemi di controllo adeguati.
2) Integrazione degli enablers e unità di visione tecnologica. Una pianificazione centralizzata dovrebbe evitare duplicazioni, massimizzare investimenti e concentrare lo sviluppo su tecnologie chiave (droni avanzati, assetti speciali di inserzione, capacità cyber).
3) Protezione dell’informazione. Nelle operazioni ad alto valore politico, la sicurezza delle informazioni diventa parte della manovra: Portolano richiama protocolli avanzati e compartimentazione delle competenze per proteggere piani operativi e intelligence.
La riforma non “svuota” le singole Forze Armate: Portolano sottolinea che continueranno a mantenere un ruolo centrale in approntamento, afflusso di personale e supporto logistico alle piattaforme di dominio, mentre il nuovo baricentro del comando operativo delle operazioni speciali (e dei relativi abilitanti) sarebbe reso più diretto e coerente.
Sul piano più ampio, questa traiettoria si inserisce nella logica multi-dominio già richiamata con la nascita del COVI come interlocutore unico e privilegiato per pianificazione e condotta delle operazioni. La novità, qui, è l’ulteriore specializzazione della catena C2 per le missioni “più sensibili” e per gli assetti a maggiore pregio strategico.
Nella sede parlamentare, Portolano ha collegato la modernizzazione dello strumento anche ai programmi e ai finanziamenti, citando – nel quadro dei mezzi marittimi – l’ammodernamento e il mantenimento in efficienza di assetti “in uso nel settore delle Forze speciali e della raccolta informativa”, dentro una più ampia agenda di resilienza e capacità multi-dominio.
Se il COFS diventa (e viene riconfigurato come) “Comando Forze Speciali” con una linea diretta verso vertice militare e autorità politica, e con abilitanti assegnati in modo più funzionale alla condotta delle operazioni speciali, il messaggio è chiaro: quando l’Italia deve proteggere interessi vitali – evacuazioni, contro-minacce ibride, operazioni discrete in aree grigie, deterrenza sotto soglia – serve una catena di comando corta, pronta e dotata di strumenti dedicati. È la “preminenza” non come status simbolico, ma come capacità di decidere e agire più in fretta, con più integrazione e maggiore protezione dell’informazione.
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