Mentre i bilanci della Difesa europea si trovano a fare i conti con la dura realtà della spesa pubblica, del welfare e di costanti revisioni strategiche, l’Italia – insieme a Gran Bretagna e Giappone – si è imbarcata nel Global Combat Air Programme (GCAP) per lo sviluppo del Tempest, il caccia di sesta generazione.
Ma la domanda sorge spontanea, ed è quasi un obbligo morale e finanziario porsela: vale davvero la pena investire cifre astronomiche in un’impresa simile, quando lo stato attuale di mezzi e materiali dell’Esercito versa in condizioni di sofferenza e comparti cruciali per la nostra sopravvivenza operativa sono ancora del tutto scoperti?
Secondo le analisi di settore, tra cui quelle riportate da Difesanews, la sola fase di progettazione e sviluppo concettuale del GCAP ha un costo stimato che si aggira intorno ai 18 miliardi di euro.
Per dare una proporzione tangibile di questa cifra, si tratta della stessa identica somma che l’Italia ha stanziato complessivamente per l’intero programma F-35 Lightning II. Parliamo di un caccia di quinta generazione già operativo, acquistato in decine di esemplari, con linee di assemblaggio attive (la FACO di Cameri) e capacità concrete. Nel caso del Tempest, i 18 miliardi coprirebbero soltanto i disegni e la progettazione di un aereo che, se tutto va bene, vedrà la luce nella prossima decade.
In un momento in cui le risorse destinate alla Difesa subiscono la pressione della spesa sociale e dei tagli lineari, investire una tale fortuna su un “foglio bianco” appare come una scommessa azzardata.
Chi non impara dalla storia è condannato a ripeterla, e la storia della cooperazione aeronautica nel Regno Unito e in Italia non è priva di ombre. L’idea che il GCAP sia un successo garantito si scontra con i precedenti industriali:
L’ambizione del GCAP appare ancora più pretenziosa se si guarda allo scacchiere geopolitico e industriale. L’Italia e la Gran Bretagna (con l’aggiunta strategica ma geograficamente remota del Giappone) stanno cercando di sviluppare una tecnologia sovrapponibile a quella statunitense senza gli Stati Uniti, ma anche senza la Germania e senza la Francia, che hanno preferito unire le forze nel progetto concorrente FCAS (Future Combat Air System).
Senza il traino economico e tecnologico di Washington, e separati dai due principali motori industriali dell’Europa continentale, Roma e Londra rischiano di trovarsi isolate in un mercato ristretto, con costi di produzione pro capite inevitabilmente destinati a lievitare.
Se la coperta della Difesa è corta, scegliere dove tirarla è una decisione strategica vitale. I conflitti moderni ad alta intensità stanno dimostrando che la superiorità aerea non si conquista più soltanto con i jet pilotati, ma con la capacità di saturare l’avversario e, simmetricamente, di difendersi dalle minacce asimmetriche e tecnologiche provenienti dal cielo.
Oggi l’Italia si trova scoperta su tre fronti critici:
Mentre le forze convenzionali soffrono per la carenza di scorte di munizioni, veicoli moderni e scudi protettivi, e con il bilancio della Difesa costantemente in bilico, ha senso tagliare ciò che serve oggi per finanziare un caccia fantasma che forse volerà domani?
Il dilemma strategico: Rinunciare o ridimensionare drasticamente il programma GCAP permetterebbe di liberare immediatamente miliardi di euro. Risorse che potrebbero essere destinate a colmare le lacune materiali dell’Esercito, creare una flotta di droni credibile e, soprattutto, finanziare una fitta rete di difesa antimissile e C-UAS per blindare i cieli nazionali.
Continuare su questa strada, inseguendo un’ambizione industriale isolata e ignorando le reali e urgenti necessità difensive della nostra prima linea, rischia di trasformare il Tempest nell’ennesimo, miliardario “disastro annunciato” della storia militare europea.
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